30 Mar 2025
Come l'ombra (Norlisa - Frati, 1942)
Quando si entra nel mondo della canzone italiana degli anni Trenta e Quaranta, non si può non notare che emergono dei temi, dei filoni, che diventano caratteristici.
Per esempio il tema “campagnolo” che sembra andasse fortissimo all’epoca - un titolo su tutti è Reginella Campagnola di Di Lazzaro - Bruno, 1938, qui nel l’interpretazione del tenore Carlo Buti:
Oppure il tema “Novecento” rappresentato da brani come Preferisco il Novecento, di E. Fusco e V. Valente, del 1937, che ascoltiamo cantato dalla simpatica sciantosa napoletana Ria Rosa:
Il secondo, quello “Novecento”, è un tema a noi molto vicino, non caso abbiamo intitolato il nostro secondo lavoro discografico Signorine Novecento (https://open.spotify.com/intl-it/album/1WiYQeTHsDTbjugR1Ay4tv?si=pK6QbDfHQdmy4RtgxTnEEw).
Oltre a questi, altri filoni possono diventare a volte una miniera di gemme nascoste da cercare e scoprire.
Le Sorelle Lescano hanno contribuito a questi filoni con brani come Festa sull’aia (1936 - Fouchè, Rolizzi), Coccodè (alba nel cortile) (https://www.youtube.com/watch?v=_mhHsx1uYw4) (1938 - Pizzigoni), Il Gallo della checca (https://www.youtube.com/watch?v=Yb_ik8iDHnw) (1942 - Rolando, Nisa) che ci ricordano che l’Italia era un paese che viveva prevalentemente fuori dai grandi centri urbani e Girotondo dell’amore (https://open.spotify.com/intl-it/track/2RW8kQTkdeQcgfnObpeXO9?si=2a40120e18014946) (1940 - N. Segurini, A.R. Borella), per riprendere i temi citati sopra.
Fra tutti, però, c’è un “tema” che mi ha sempre affascinato e colpito, che ho sempre interpretato come una variante dell’infinito filone “amoroso”. Lo chiamerò il tema “signora mia”.
I pezzi che appartengono a questo gruppo parlano di una donna irretita dal suo uomo, inquieta e spesso infelice (che è una parola chiave ricorrente). La mia impressione è che raccontando la tortuosità di un emozione gli autori abbiano riversato ogni sapienza armonica a loro nota, rendendo spesso questi pezzi interessantissimi musicalmente.
Due brani interpretati da solista da Caterinetta Lescano sono significativi in questo senso. Nella gabbia d’or (1942 - D’Arena, Valabrega), ci parla di una donna amata e vezzeggiata ma isolata - e quindi infelice
Nella gabbia d’or tu mi chiudiper serrarmi ancor al tuo cuorma pur d’oro è una prigione ed infelice
Anche la più nota Nebbia (1941 - F. Tettoni, Vallini) ci parla di una donna che ricerca un amore perduto - e quindi infelice
La nebbia portata dal ventodiscende nel ciel sonnolento […] cosi sul mio cuore feritonel gelo e nell’ombra smarritodiscende questa nebbiaben più triste dell’amore che muor
Parole che fanno scendere più di qualche lacrima.
Certo il trattamento degli autori è ben diversa nel caso di crisi amorosa maschile. Basta un rapido confronto con le parole disperate ma sprezzanti del protagonista di Vivere (1937 - C.A. Bixio) per convincersene.
Oggi che magnifica giornataChe giornata di felicitàLa mia bella donna se n'è andataM'ha lasciato al fine in libertà
Diciamo che erano anni in cui il gender gap non solo lavorativo, ma anche e più sentimentale e sociale era molto, molto ampio.
Fra tutte le canzoni “signora mia”, una mi è particolarmente cara.
Si tratta di un brano veramente magico, musicalmente sofisticato e che all’ascolto dona un’atmosfera incantata e “sospesa”, e che abbiamo proposto volentieri nei nostri concerti.
Sto parlando di Come l’ombra, brano del 1942 scritto dal duo Norlisa - Frati. L’orchestra, come spesso accade per le olandesine, è la Cetra diretta dal M° Pippo Barzizza.
L’arrangiamento con i suoi bassi ostinati e insistenti e la melodia armonizzata dai sax e poi dai violini, crea da subito un’atmosfera di tristezza ansiosa che si attaglia perfettamente al testo.
È interessante la strofa, non musicata:
Un’ombra stasera sei tuche si allontana sempre piùti seguo, ma invano, non posso afferrarl’ombra lontana, dispar.
Come a sottolineare ancora di più il senso di abbandono della malcapitata protagonista del pezzo.
Il Trio Lescano rende il brano con un’intensità particolare che l’attacco imperfetto di Giuditta, la voce più grave delle tre, a mio parere rende ancora più umana e vibrante.
Il brano, così emotivo e risonante fu usato da Bernardo Bertolucci nei titoli di coda del film Il conformista, del 1970.
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