

Lettere da Gerusalemme
Radio Vaticana - Vatican News
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About Lettere da Gerusalemme
Un podcast curato da Fabio Colagrande, Benedetta Capelli e Amedeo Lomonaco per vivere la Pasqua nei luoghi di Gesù, oggi sconvolti da pesanti tensioni e violenze. Meditazioni per il Triduo pasquale in tempo di guerra, un podcast scritto e raccontato da don Filippo Morlacchi, sacerdote fidei donum della Diocesi di Roma, dal 2018 a Gerusalemme. Ogni mattina, dal Giovedì Santo al giorno della Pasqua di Resurrezione, don Filippo, commenta la Liturgia del giorno, raccontando come viene vissuta nei Luoghi Santi e incarnandola nei giorni drammatici del conflitto tra Israele e Hamas, con una rinnovata preghiera per la pace.
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- 28 Mar 2024
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20 Apr 2025
Ep. 8 - Pasqua di Risurrezione 2025
Meditazione di don Filippo Morlacchi, sacerdote della Diocesi di Roma, fidei donum a Gerusalemme Gerusalemme, 20 aprile 2025, Pasqua di Risurrezione Quest’anno tutte le confessioni cristiane celebrano la Pasqua nello stesso giorno, nonostante seguano abitualmente calendari diversi. Questa coincidenza si verifica con cadenza irregolare: l’ultima volta era successo nel 2017, la prossima sarà fra tre anni, nel 2028. La ricerca di una data condivisa tra tutti i cristiani per celebrare la Pasqua è una faccenda molto antica. La questione fu trattata anche al concilio di Nicea, il primo concilio ecumenico, celebrato in Turchia nell’anno 325, esattamente 1700 anni fa. Le successive riforme del calendario hanno poi generato, nei secoli, nuove divisioni tra le Chiese, e perciò le diverse comunità di solito celebrano la Pasqua in date diverse. Recentemente anche Papa Francesco ha espresso il desiderio ecumenico che tutti i credenti in Cristo arrivino presto a concordare una data comune per la celebrazione della Pasqua, come segno di unità nella fede. Quando casualmente i diversi calendari coincidono – come accade quest’anno – a Gerusalemme è un evento lieto, ma che comporta anche qualche piccolo problema organizzativo. Tutte le confessioni cristiane infatti celebrano le loro solenni liturgie nel Santo Sepolcro, e il meccanismo degli incastri è piuttosto complesso… Ogni Chiesa perciò deve fare qualche piccola concessione alle altre, e così facendo tutti riescono a pregare. La ricerca dell’unità è sempre laboriosa… ma è una delle cose per le quali Gesù ha pregato intensamente prima della Pasqua. Celebrare la liturgia pasquale nella basilica del Santo Sepolcro è una grande emozione, anche per noi che a Gerusalemme ci viviamo. «Di fronte alla morte l’enigma della condizione umana raggiunge il culmine», ci ricorda la costituzione Gaudium et Spes (n. 18). La morte è il nemico “ultimo” del genere umano, che mette in questione il senso stesso dell’esistenza. Una volta un bambino della comunione lo espresse benissimo facendo questa domanda alla sua catechista: «Maestra – così la chiamava – ma che nasciamo a fare, se poi dobbiamo morire?». Neanche un filosofo esistenzialista avrebbe potuto formulare in maniera più perfetta la domanda ultima sul senso della vita. Ebbene, la risurrezione di Cristo è la risposta a questa domanda. Noi nasciamo perché la morte non è l’ultima parola. Nasciamo perché siamo chiamati alla vita eterna. Nasciamo perché la nostra vocazione ultima è la comunione perfetta, in cielo, con Dio. Nasciamo per morire, è vero; ma… moriamo per risorgere! Perché l’amore è più forte della morte, e la porte degli inferi non possono trattenere il Signore della Vita (cfr At 2,24). L’edicola del Santo Sepolcro contiene ciò che rimane della tomba vuota di Gesù. Restaurata dai greci ortodossi dopo il disastroso incendio del 1808, le sue pareti in marmo sono ricoperte di iscrizioni che invitano a meditare il mistero della Pasqua. Una di queste iscrizioni è rimasta scolpita anche nel mio cuore. Si trova all’interno dell’edicola, sulla parete ovest, proprio accanto al luogo dove fu deposto il corpo del Signore. Recita: “hê peghê tês hemôn anastáseos”, cioè “la fonte della nostra resurrezione”. Il mistero della Pasqua è proprio questo. Gesù non ha vissuto la sua Pasqua “in solitaria”, ma ci ha aperto la strada. Noi, suoi fratelli, membri della sua chaburah – cioè la sua famiglia pasquale, come abbiamo ricordato giovedì santo – noi siamo racchiusi dal suo abbraccio, dalla sua forza di vita, siamo portati con lui in alto, trasferiti insieme a Lui dall’abisso della morte alla pienezza della vita. La sua risurrezione non è stata una rivincita personale contro i suoi nemici, ma un dono universale, che coinvolge tutti coloro che scelgono di appartenergli. Quest’anno – come ho accennato poco fa – ricorre il 1700° anniversario del Concilio di Nicea, che ha formulato la fede comune della Chiesa mediante il simbolo che recitiamo ogni domenica a messa. In questa Pasqua vogliamo rinnovare la nostra adesione al Signore Gesù, il Risorto, il Vivente. Egli è il Figlio di Dio “della stessa sostanza del Padre”, homooùsios, come dice il Simbolo; per noi e per la nostra salvezza ha assunto la nostra carne mortale, per sperimentare la morte, come noi. Ma essendo egli il Verbo della Vita, la morte non ha potuto trattenerlo negli inferi. Così Egli risorge e ci porta con sé nella vita divina. “La sua risurrezione è la fonte della nostra risurrezione”, anzi: la fonte di ogni nostra risurrezione. Perché ogni volta che lasciamo prevalere in noi l’amore – l’amore vero, l’amore immolato dell’Agnello di Dio, l’amore pasquale – allora la risurrezione di Cristo si manifesta nella nostra vita. In quest’anno giubilare, nel segno della “speranza che non delude” (Rm 5,5), vogliamo rinnovare la nostra gratitudine a Colui che si è mostrato “primogenito di molti fratelli” (Rm 8,29). In lui abbiamo la vita, la risurrezione e la riconciliazione. Questa speranza è per tutti, anche per coloro che vivono questa Pasqua nel dolore, nella malattia, nella prigionia, nella fame, nell’angoscia, sotto le bombe… Noi che abbiamo il dono della fede siamo chiamati a lasciar scaturire la potenza della risurrezione di Cristo nella nostra vita. Siamo chiamati a diventare noi stessi pegno e segno di risurrezione, pane spezzato per i fratelli, strumento di pace e riconciliazione tra tutti i popoli e tutte le creature. Cominciando da Gerusalemme (Lc 24, 47), fino ai confini della terra. *** Ho terminato di scrivere queste meditazioni al ritorno a casa dopo la gioiosa processione della domenica delle palme, che ancor oggi percorre l’itinerario compiuto da Gesù duemila anni fa, partendo da Betfage e arrivando a Gerusalemme. Mentre scrivevo le ultime parole, ha iniziato a risuonare in città il sinistro ululato delle sirene, mentre l’applicazione del cellulare faceva squillare l’allarme, segnalando l’arrivo di missili nei sobborghi di Gerusalemme. Che fare? Non mi scompongo più di tanto, saranno di nuovo i ribelli Houti, ormai ci sono abbastanza abituato. Mi metto a pregare con il salmo 122: «Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano… Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: “su di te sia pace”…». E mentre prego, attendo con speranza ferma e rinnovata che si compia la profezia di Isaia: che Gerusalemme diventi luogo di pace e di riconciliazione universale. In quel giorno – dice il profeta – «la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli» (Is 56,7). La speranza ci dice che quel giorno verrà, e la fede ci insegna che il primo chiarore della sua alba è la risurrezione di Cristo. Felice Pasqua a tutti da Gerusalemme!

19 Apr 2025
Ep. 7 - Sabato Santo 2025
Meditazione di don Filippo Morlacchi, sacerdote della Diocesi di Roma, fidei donum a Gerusalemme Gerusalemme, 19 aprile 2025, Sabato santo Oggi il nostro pellegrinaggio spirituale ci porta in basso. Non una salita, come nei giorni scorsi, ma una discesa. E non una discesa di pochi scalini – come quelli che, nella Basilica del Santo Sepolcro, separano il Calvario dall’edicola della sepoltura – ma una discesa infinita, cosmica, fin nelle viscere della terra. La discesa negli inferi, nello she’ol, nell’Ade, il regno dei morti. Il Figlio di Dio è abituato a scendere. Egli è sceso in mezzo a noi con la sua incarnazione. “Tu scendi dalle stelle”, cantiamo a Natale. Il Figlio del Padre, che “in excelsis” godeva della gloria di Dio, è sceso in terra per farsi nostro fratello. Tutta la vita di Gesù, poi, è stata un costante abbassarsi, un piegarsi al nostro livello, una continua spogliazione di sé; una “kenosi”, come dice l’antico inno citato da san Paolo nella Lettera ai Filippesi (Fil 2), cioè – letteralmente – uno “svuotamento”. Uno svuotamento di sé da parte del Verbo di Dio, per non lasciare solo l’uomo in nessuna delle sue “bassezze” – eccetto ovviamente il peccato, che il Santo di Dio non può commettere. Gesù si chinava sulle ferite dell’uomo quando compiva miracoli e quando risanava la povera gente: prendeva per mano ammalati di ogni genere e con un gesto di misericordia li risollevava, restituendoli alla vita. Una metafora bellissima di questo abbassamento gratuito e pieno di misericordiosa tenerezza è narrata dall’evangelista Giovanni al capitolo ottavo. Gesù, quando gli viene presentata una donna, colta in flagrante adulterio, invece di condannarla come avrebbero voluto scribi e farisei, si china e si mette a scrivere per terra con il dito (cfr Gv 8,3-10). E così anche quella peccatrice trova salvezza. Mai Gesù ha guardato qualcuno dall’alto in basso, perché lui stesso – il Figlio dell’altissimo – ha scelto liberamente di abbassarsi: “excelsus venit humilis / salvare quod perierat”, dice un antico inno: “l’altissimo viene nell’umiltà, per salvare ciò che era perduto”. Oggi, sabato santo, questa discesa raggiunge profondità vertiginose. Oggi il Signore scende ancora, non solo nel sepolcro, ma negli abissi della morte, in quelle profondità oscure dove Dio non può scendere. Perché lo sheol è il regno delle ombre, della morte e delle tenebre, e Dio invece è Luce e Vita. La discesa del Figlio di Dio negl’inferi è il paradosso più grande della fede cristiana. Il Figlio di Dio ha assunto la nostra carne mortale proprio per condividere con noi ciò che Dio non poteva sperimentare. Non il peccato, cioè – che è la negazione di Dio, e Gesù non poteva peccare – ma la morte, che è l’assenza di Dio. Sulla croce Gesù ha vissuto in anticipo l’esperienza della sheol, dell’essere “senza Dio”: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15, 34). Gli inferi sono il luogo dove l’uomo – mortale – non può scendere, e dove Dio – immortale – non può entrare; dunque, il luogo dove Dio non c’è. Perché Dio non è nella morte. Dio non è nel male. Dio non è nel dolore. Per questo la domanda che tormenta chi soffre è sempre: “Dio, dove sei? Perché non sei qui con me? Perché mi hai abbandonato?”. Gesù ha voluto condividere con noi non solo questa domanda, ma l’esperienza stessa dello sheol. E dal quel giorno, il regno degli inferi non è stato più lo stesso. Dal Sabato Santo in poi neppure lo sheol è privo della presenza di Dio. Lo aveva profetizzato il salmista: «Dove andare lontano dal tuo spirito? Dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei; se scendo negli inferi, eccoti», dice il salmo 139 (Sal 139,7-8). Ma ciò che nel salmo era solo un’invocazione e una preghiera, con il Sabato Santo diventa una certezza di fede. Da quando Gesù è disceso agli inferi, non c’è più luogo in tutta la creazione che sia privo della presenza di Dio. Dio però a volte tace. Anche oggi. E il suo silenzio ci lascia dubbiosi e sgomenti. Vorremmo non solo la sua presenza con noi, ma il suo intervento per noi. Vorremmo sempre un suo intervento immediato, indubitabile, clamoroso, secondo i nostri desideri. Quante volte, in questi mesi di guerra, in questa Terra, da una parte e dall’altra del confine, qualcuno ha invocato, nella sua lingua e secondo la sua fede: “perché non intervieni, Signore? Perché non fai cessare questa guerra che ci distrugge? Perché non liberi i prigionieri, come hai promesso ai nostri padri?”. «Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto? …» (Sal 13,2)… E il silenzio di Dio ci lascia atterriti e muti. Il Sabato Santo è il giorno del “grande silenzio” di Dio e della grande fede dell’uomo. Il giorno in cui Dio non interviene ancora, ma non ci lascia soli. È sempre con noi, anche se non subito interviene per noi – o almeno, non lo fa quando e come vorremmo. Il Sabato Santo è il giorno della pazienza e della condivisione. È il tempo dell’attesa fiduciosa dei tempi di Dio, la stagione della nuda fede. Nel grembo della terra, «il seme caduto germoglia e cresce, come, lui stesso non lo sa…» (cfr Mc 4,27). Oggi, Sabato Santo, è il giorno in cui il Signore Gesù scende negli inferi per non lasciarci soli nella morte. Ma questo silenzio misterioso e incomprensibile diventerà il grembo della vita nuova. «Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo… Io sono la risurrezione e la vita...: chi crede in me, anche se muore, vivrà…» (Gv 16,33; 11,24ss).

18 Apr 2025
Ep. 6 - Venerdì Santo 2025
Meditazione di don Filippo Morlacchi, sacerdote della Diocesi di Roma, fidei donum a Gerusalemme Gerusalemme, 18 aprile 2025, Venerdì santo Ieri, nel nostro pellegrinaggio spirituale ai luoghi della pasqua del Signore, siamo saliti nella “stanza al piano superiore” dove Gesù ha celebrato l’ultima cena. Anche oggi – venerdì santo – dobbiamo fare una salita. È una scalinata composta da una quindicina di alti gradini, che dal livello del pavimento della basilica del santo Sepolcro conducono al Calvario. Come ben sanno tutti coloro che sono venuti pellegrini a Gerusalemme, il calvario non è una “montagna”, anche se spesso si parla del “Monte Calvario” e neppure una vera e propria collina. Si tratta di uno sperone roccioso ora inglobato all’interno della basilica del Santo Sepolcro, a pochi passi dal suo ingresso. Oggi quel che si vede è una specie di terrazza quadrata di circa 8 metri per lato, sotto il cui marmo, sul lato est, si trova la roccia viva del Calvario. Ai tempi di Gesù il luogo era spoglio di arbusti: “Golgota” significa infatti “cranio”, cioè un’altura senza vegetazione, liscia come un cranio. Si trovava appena fuori una delle porte della città santa, e per questo il luogo era stato scelto per le esecuzioni capitali, affinché tutti, passando, potessero vedere il supplizio riservato ai trasgressori della legge di Roma. Nella solida roccia erano stati praticati alcuni fori, nei quali minacciosamente rimanevano conficcati in modo permanente alcuni pali, pronti per il supplizio. I condannati di turno venivano poi inchiodati al patibulum, cioè la trave orizzontale della croce, e innalzati su questi pali, fino alla morte, lenta e dolorosissima. Quel venerdì mattina, questa terribile condanna era stata decretata da Ponzio Pilato per Gesù e due malfattori. Le crocifissioni non erano rare, ai tempi di Gesù. E di certo non avevano molto in comune con l’idea di un amore idealizzato e spirituale, che spesso associamo alla parola “croce”. Si trattava di una violenza brutale e omicida, a cui oggi – grazie a Dio – assistiamo solo nei film o, purtroppo, tramite i mezzi di comunicazione sociale. Ma a quel tempo, le pubbliche esecuzioni erano uno spettacolo a cui praticamente tutti, almeno qualche volta, avevano assistito. Venerdì scorso ho avuto occasione di partecipare alla celebrazione della Pasqua dei samaritani, secondo la loro millenaria tradizione. Si tratta di una popolazione ben nota ai lettori del Vangelo, se non altro per la parabola del buon samaritano, al capitolo decimo del vangelo di Luca, o per l’incontro di Gesù con la donna samaritana al pozzo di Giacobbe, nel vangelo di Giovanni (Gv 4). Di quel popolo rimangono oggi solo poche centinaia di persone, che vivono ancora sul monte Garizim, in Samaria, a un’ora di macchina da Gerusalemme. Al tempo di Gesù erano considerati una setta deviante dell’ebraismo, e perciò disprezzati dagli ebrei osservanti. Tuttavia hanno conservato intatte alcune tradizioni ebraiche molto antiche, come tremila anni fa. Tra queste, la celebrazione della pasqua. I samaritani si radunano tutti insieme, vestiti di bianco, portando con sé pecore, agnelli e capre. Dopo la preghiera dei sacerdoti, gli uomini sgozzano pubblicamente gli animali, i quali in meno di un minuto muoiono, mentre il sangue cola a fiotti sulle pietre e sul terreno. Poi pecore e agnelli vengono preparati per la cottura: si taglia il vello, si gettano via le interiora, e si brucia tutto su un grande falò; poi, gli agnelli vengono salati e infilzati su un lungo bastone di legno, a mo’ di spiedo, ma in verticale. Sono così pronti per essere messi nei forni scavati nella terra, e diventare così cibo per tutta la comunità. Una specie di sanguinoso banchetto rituale, che però, nella sua cruda brutalità, mi ha costretto a ripensare in termini più realistici e concreti al significato del “sacrificio della croce”, dell’“agnello di Dio”. Mi sono immaginato Gesù, che celebrando ogni anno una liturgia pasquale molto simile a questa, così violenta e primitiva, si interroga perplesso: davvero uccidere brutalmente questi poveri animali riesce a riconciliare l’umanità con Dio? O ci vuole qualcosa di diverso, un nuovo tipo di offerta, un sacrificio differente? Ecco: il sangue di questi animali – ignari della loro sorte fino ad un secondo prima di essere sgozzati – è solo un simbolo, un’ombra, una prefigurazione del vero sacrificio che può salvare il mondo, cioè: offrire se stessi, immolarsi, donare la vita, e farlo consapevolmente e liberamente, accettando su di sé la violenza del male senza lasciarsi contaminare dall’odio. Ecco: Gesù sul Golgota, vive nella sua carne ciò che aveva anticipato nell’ultima cena: sì, il vero agnello pasquale sono io, e quei poveri animali erano solo un simbolo. Il mondo troverà la pace quando l’uomo – quando ogni uomo – accetterà di morire piuttosto che uccidere l’altro; quando sacrificherà sé stesso e la sua volontà invece di quella dei fratelli; quando saprà accettare l’ingiustizia, e perfino la morte, sapendo che Dio è fedele e non lo abbandona mai. In questo tempo di guerra, di odio, di incapacità generale di comprendere e condividere il dolore dei fratelli e delle sorelle, la memoria della passione ci ricorda una grande verità: la liberazione dal male e dal peccato, il rinnovamento del mondo vengono dall’offerta di sé che Gesù ha accettato sul Calvario. Egli non ha chiesto ai suoi angeli di essere salvato e di punire i suoi nemici, ma ha pregato per tutti, dicendo: “Padre perdona loro… nelle tue mani affido il mio spirito…” (Lc 23,34.45). Egli ha assunto su di sé la violenza aggressiva del male, ha accettato la morte di croce, sicuro che l’amore del Padre non l’avrebbe abbandonato neppure scendendo agli inferi. Questo è il sacrificio della nuova ed eterna alleanza, il sacrificio di amore che salva l’umanità, liberandola dalla paura della morte e dunque dal potere del diavolo. Un sacrificio prefigurato nel sangue delle antiche immolazioni, ma trasfigurato nella libertà di chi, seguendo Gesù, dice: a costo di morire, non smetterò di amare. Preghiamo allora con Gesù, vero agnello pasquale, pensando a tutte le vittime della guerra e della violenza, qui in Terrasanta, e in tutto il mondo. E con San Francesco diciamo: « Laudato si’, mi Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore …ka da Te, Altissimo, sirano incoronati». Gesù, agnello di Dio che togli i peccati del mondo, dona a noi la pace. Amen.

17 Apr 2025
Ep. 5 - Giovedì Santo 2025
Meditazione di don Filippo Morlacchi, sacerdote della Diocesi di Roma, fidei donum a Gerusalemme Gerusalemme, 17 aprile 2025, Giovedì santo Vivere la settimana santa a Gerusalemme è una grazia, per chi è cristiano come me. Ma lo è certamente anche per i nostri fratelli ebrei. Coloro che vivono nella diaspora, sparsi nel mondo, da molti secoli al termine della cena pasquale cantano: LeShana Haba’ah BiYirushalayim, “l’anno prossimo a Gerusalemme”. È un inno di speranza, che esprime il desiderio di tornare a vivere un giorno, in pace, nella città santa. Gli ebrei che oggi vivono in Israele aggiungono a questo canto la parola habnuya, “l’anno prossimo a Gerusalemme ricostruita”, perché anche se già vivono a Gerusalemme, la città santa è sempre simbolo di una pace non ancora pienamente posseduta – e purtroppo è davvero così. Anche il libro dell’Apocalisse ci parla di una “nuova Gerusalemme, che viene dal cielo” (cfr Ap 3,13; 21,2), cioè che è dono di Dio, più che costruzione umana. La riconciliazione dell’umanità con Dio infatti, pur implicando la necessaria collaborazione della libertà umana, è soprattutto una grazia, un dono che viene dall’alto. Per noi cristiani, questa “Gerusalemme che viene dal cielo” è il paradiso, il regno dei cieli, la nuova creazione che abiteremo alla fine del tempo. Ma poi c’è anche una Gerusalemme terrena, una Gerusalemme concreta, che esiste nella storia, in questa terra benedetta e sofferente dove Gesù ha celebrato la sua pasqua ultima e definitiva. Celebrare la settimana santa a Gerusalemme per noi cristiani è una grande grazia, uno straordinario privilegio, perché possiamo vivere e abitare quei luoghi santi dove si è compiuta la passione del Signore. Vi propongo perciò di fare con me – e con tutta la comunità cristiana che vive in Terrasanta – un breve pellegrinaggio spirituale in alcuni di questi luoghi benedetti. Entriamo dunque oggi nel cenacolo, quella “stanza al piano superiore” sulla collina più alta di Gerusalemme, nella zona sud della città, dove Gesù ha ardentemente desiderato celebrare la pasqua con i suoi amici. Ce lo ha ricordato l’evangelista Luca, all’inizio del racconto della passione che abbiamo ascoltato Domenica delle Palme: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione…», dice il Signore (Lc 22,15). Saliamo lentamente, dunque, quelle scale che ci portano nel luogo dove Gesù ha spezzato il pane, in quella sera fredda, in quella notte di tenebra. Gerusalemme è a quasi 800 metri di altitudine, e soprattutto dopo il tramonto può fare ancora molto freddo, anche nel mese di aprile, come nei giorni scorsi. Gesù desidera ardentemente celebrare la pasqua non da solo, ma con i suoi amici, perché la pasqua è una festa che si celebra in famiglia, non nel tempio. Necessariamente si fa così oggi; ma si faceva allo stesso modo anche ai tempi di Gesù, quando il tempio non era ancora stato distrutto. La Pasqua si celebrava nelle case, in famiglia, dopo la macellazione degli agnelli, che invece avveniva nel tempio. Ma la Pasqua si doveva celebrare nelle case di Gerusalemme: è infatti una delle feste in cui tutti gli ebrei sono tenuti a recarsi in pellegrinaggio nella città santa. E così fa anche Gesù, che dalla Galilea, sale a Gerusalemme insieme ai suoi discepoli. E secondo la prescrizione, vi celebra la Pasqua organizzando una chaburah, che è il nome tecnico, in ebraico, per indicare il gruppo di pellegrini che per la notte di pasqua diventano “casa e famiglia”, il luogo dove fare memoria della salvezza di Dio, la compagnia con cui si celebra la fedeltà dell’alleanza di Dio. Sì, la pasqua si celebra in famiglia, in casa, il quel luogo sicuro, protetto dall’amore fedele di Dio e dalla sua luce spirituale, mentre le tenebre restano fuori, simbolo del caos e del male oscuro che minaccia l’esistenza umana. Oggi siamo noi – la Chiesa – la chaburah di Gesù, la sua famiglia, i suoi amici, la sua compagnia, quelli con cui egli desidera ardentemente celebrare la Pasqua. Quei pellegrini di speranza che, nella notte del mondo, restano insieme con lui. Una legge rabbinica proibiva infatti di uscire da Gerusalemme nella notte di pasqua: l’intera città santa diventava simbolo di quel “luogo sicuro” dove trovare la salvezza e la protezione di Dio, e dove celebrare, insieme, il suo amore fedele. Le tenebre restano fuori: fuori dal cenacolo, fuori Gerusalemme, fuori dal cuore di coloro che vivono la comunione nell’amore. Gesù infatti nell’ultima cena spiega ai suoi amici – e anche a noi – qual è la forza che sostiene il mondo e che lo protegge dalla minaccia del caos e del male. È l’amore, l’amore fino alla fine, l’amore che si sacrifica. «Questo è il mio corpo, è per voi, prendete, mangiate… questo è il mio sangue, la mia vita, offerta… nessuno me la toglie, sono io che la dono…». Anche noi, oggi, sentiamo la forza del male che ci assedia, ci minaccia, ci aggredisce. È la guerra, la violenza contro le donne e i più deboli, l’esercizio del potere per il proprio interesse invece che per il bene comune. È il senso diffuso che “le cose non vanno come dovrebbero”. La percezione che qualcuno – cattivo – ha seminato della zizzania nel terreno della storia, e forse perfino nel campo della Chiesa. Oggi a Gerusalemme ci stringiamo nel cenacolo, intorno al Signore, per essere la sua chaburah, la sua casa, la sua famiglia. Lo ascoltiamo mentre ci dice: “vi ho dato un esempio, fate lo stesso tra voi, fate questo in memoria di me…” (cfr Gv 13,15; Lc 22,19). E nella memoria di questo amore libero, immolato e senza limiti troviamo un argine solido alla potenza del male. La notte resta fuori, se il Signore è con noi. Così celebriamo questa pasqua come “pellegrini di speranza”, con “i fianchi cinti e il bastone in mano” pronti ad accogliere chiunque voglia farsi compagno di cammino. E poi, come Gesù, dopo la santa cena, “usciamo”. Andiamo incontro alla notte, portando dentro di noi la forza dell’amore invincibile che viene dall’eucaristia. Questa è la “Chiesa in uscita” di cui il mondo ha bisogno…

31 Mar 2024
Ep. 4 - Pasqua di Risurrezione
Domenica di Resurrezione - Meditazione di don Filippo Morlacchi, sacerdote della Diocesi di Roma, fidei donum a Gerusalemme “È risorto! Sì, è veramente risorto!” Il Kêrygma cristiano, l’annuncio pasquale è tutto qui, in questa semplice affermazione. Cronaca di una risurrezione annunciata, potremmo dire. Ne avevano parlato i profeti; lo aveva detto Gesù, parlando della sua morte e della sua glorificazione. Ma non c’è niente da fare, è sempre difficile credere alla risurrezione. Da un lato, infatti, ci piace illuderci e pensare che andrà sempre tutto bene, come nelle favole. Poi ci pensa la vita a ridimensionare le nostre illusioni. E allora, proprio per non soffrire, tendiamo a diffidare delle speranze eccessive, e preferiamo non credere in nulla per non restarci poi male. Insomma fatichiamo, fatichiamo a credere alla novità della Pasqua. La domenica di Pasqua è il giorno della rivincita di Dio sulle nostre speranze frustrate. Il momento in cui il Signore ci sorprende. L’alba del nuovo giorno in cui la novità imprevedibile ci raggiunge e ci sopraffà. Questa fede è un dono. E senza questo dono, non potremmo credere e sperare, in questo tempo di dolore. La fede è una grazia, annunciata dalla rivelazione. Nel Nuovo Testamento si intrecciano due metafore complementari per descrivere l’evento della risurrezione. La prima si basa sullo schema del tempo, in base a un “prima” e un “poi”: «Gesù era morto, ma poi è risorto». La morte non ha potuto inghiottire l’Autore della vita. Dunque Gesù si “risveglia” dal “sonno” della morte nel quale prima era caduto. La seconda immagine si basa invece sullo schema dello spazio, in base ad un “basso” e un “alto”. “Gesù è disceso agli inferi, è sprofondato negli abissi della morte; ma è risorto ed è stato innalzato alla destra del Padre”. Per questo si dice di Gesù che è “ri-sorto”, cioè si è “rialzato” dalla morte e dagli inferi. La nostra fede ha bisogno di tutti e due questi linguaggi per descrivere il mistero indescrivibile della risurrezione. Da un lato, ci dice che dobbiamo attendere ancora nel tempo un intervento di Dio. Sì, vediamo già i germi della risurrezione nella nostra storia, ma attendiamo ancora una novità più grande. Vediamo la presenza di Dio nelle vicende umane, nei gesti di amore e di riconciliazione che ci sorprendono e ci spiazzano per la loro gratuità e la loro generosità. Ma ancora attendiamo la pienezza della redenzione: la pace non è arrivata, il dialogo tra i popoli rimane difficile, c’è ancora tanta “carne” che attende di essere trasfigurata e di diventare “spirito”. Tuttavia la risurrezione non è semplicemente un ritorno all’indietro nel tempo, una nuova occasione che ci viene offerta nel cammino della vita, nonostante i nostri fallimenti. La risurrezione è un dono di novità che viene dall’alto, e che non possiamo produrre con i nostri sforzi. È un dono di grazia. Per chi, come me, vive a Gerusalemme, questa Pasqua rimane segnata dalla strage del 7 ottobre e dalla carneficina di Gaza tutt’ora in corso. Cosa può dirci la fede cristiana, in questo tempo violento e impazzito? A me, personalmente, suggerisce di essere realista: ma del realismo evangelico, che include l’opera della grazia di Dio. Le lancette dell’orologio della storia non tornano indietro. Non ci saranno date nuove vite per ripercorrere gli stessi tratti di strada. Quel che è stato non può esser cancellato, da una parte e dall’altra. Israele esiste, e non può – né deve – essere eliminato. E anche un popolo palestinese esiste, e ha tutto il diritto di esistere con dignità, entro confini definiti. Non si può far finta che la mostruosa strage del 7 ottobre non sia accaduta: è un fatto che ha cambiato la storia. E la devastazione di Gaza, con le sue decine di migliaia di vittime, è un altro fatto incontestabile e gravido di conseguenze. Il futuro, quindi, non potrà essere un “dopo” che non tenga conto del “prima”: non si torna indietro nel tempo. Un futuro migliore può essere aperto solo da un nuovo che si trova su un altro livello, su qualcosa di “più alto”, e che “viene dall’alto”. Qualcosa che è impossibile agli uomini, ma non a Dio. Questa, per me, è la grazia della Pasqua: sapere che l’intervento di Dio può liberarci dalla coazione a ripetere, può dischiudere nuovi orizzonti, può far germogliare l’insperato, può risollevarci all’altezza della nostra dignità di figli di Dio. La fede pasquale ci dice che, se il Padre è intervenuto nella risurrezione del Figlio, può ancora intervenire nelle nostre storie personali e collettive. E liberare ciascuno di noi, e la nostra umanità, dalle pastoie degli errori passati. Fare di noi dei risorti, risollevàti su un nuovo livello di umanità trasfigurata. Non solamente un “dopo”, quindi, ma anche un “più in alto”. Nelle nostre piccole pasque di ogni giorno, e nel cammino verso un’umanità più conforme al progetto del Creatore. Al mattino della domenica di Pasqua, avrò ancora una volta il privilegio di celebrare la messa nella tomba vuota. Proprio lì, dove la risurrezione di Gesù si è misteriosamente compiuta. Un pensiero sarà anche per voi che mi ascoltate. «È risorto, non è qui» (Mc 16,6), dice l’angelo alle donne recatesi al sepolcro. Sì, adesso Gesù non è nel sepolcro. Dio non abita nella morte, egli è il Dio della Vita. Gesù è vivo, ed è presente in ogni tabernacolo e nei nostri cuori, e anche in ogni gesto di carità, in ogni testimonianza di fede, in ogni germoglio di speranza, nonostante questo tempo cattivo. La luce del Risorto illumina le tenebre del male, e nulla potrà più spegnerla. Sursum corda, fratelli e sorelle, “in alto i nostri cuori, rendiamo grazie al Signore nostro Dio”… E buona Pasqua a tutti da Gerusalemme, “ombelico del mondo” e “madre di tutte le Chiese”!

30 Mar 2024
Ep. 3 - Sabato Santo
Sabato Santo - Meditazione di don Filippo Morlacchi, sacerdote della Diocesi di Roma, fidei donum a Gerusalemme Ieri, Venerdì Santo, era l’ora del dolore. Oggi è l’ora del silenzio. Gesù ha combattuto la buona battaglia, è morto ed è stato sepolto. Il tempo che intercorre tra la morte di Gesù e la scoperta della tomba vuota è il tempo del grande silenzio. La Chiesa non celebra grandi liturgie: prega solo con i salmi, nella liturgia delle ore, per scandire il tempo della morte di Gesù. Il Sabato Santo è molto importante, per la fede cristiana, tanto che nella professione di fede di Roma – il Simbolo degli apostoli – si dice chiaramente non solo che «morì», ma anche che «fu sepolto» e «discese agli inferi». Il primo significato di questo articolo di fede è elementare: Gesù è morto per davvero. È proprio morto. Non come nei film di avventura, dove il protagonista sta sempre lì lì per morire, ma all’ultimo secondo arriva il deus ex machina di turno, e lo salva. Gli eroi non possono morire; ma Gesù è il figlio dell’uomo, e come tutti noi muore. “Gusta la morte”, come dice la lingua ebraica. Non fa finta di assaggiarla: ne gusta il sapore amaro fino in fondo. Spesso anche noi, quando ci troviamo nella prova, vorremmo che Dio intervenisse. Se siamo persone spirituali accettiamo anche un po’ di sofferenza, ma… vorremmo essere noi a stabilirne la misura. Un po’, va bene, ma senza esagerare. E invece no: Gesù muore, fino in fondo. Il suo corpo, trafitto dalla lancia per assicurarsi che non si trattasse di morte apparente, viene seppellito. E lui discende agli inferi. Anche noi, se vogliamo conoscere la vera Pasqua dobbiamo accettare di perdere la vita fino in fondo. San Giovanni della Croce lo spiega con un esempio illuminante. Un uccellino legato non può volare: non importa se sia legato da un sottile filo di seta o da una robusta corda (cfr Salita del Monte Carmelo, I,11,4). Così noi: non dobbiamo rimanere legati al vecchio, alla vita di prima, neanche con un filo di ragnatela. La Pasqua richiede una vera morte, una vera perdita, un vero distacco. Gesù non muore per finta. E anche noi, se vogliamo imitarlo, dobbiamo accettare che qualcosa in noi muoia davvero. Che qualcosa sia irrimediabilmente perduto. Solo così può manifestarsi la sorprendente fedeltà di Dio. L’uomo nuovo, figlio della risurrezione, non è fatto con i restauri dell’uomo vecchio: il vecchio deve morire, affinché il nuovo possa nascere. Gesù morì, fu sepolto e discese agli inferi. Ma il senso della discesa agli inferi, secondo l’antica tradizione, è molto ricco. Gesù non è andato nell’inferno – cioè il luogo della dannazione eterna – ma è sceso nello sheol, il luogo oscuro dove le anime attendevano la redenzione. Gesù è sceso nel profondo degli inferi per risollevare tutti con sé. Non vuole lasciare indietro nessuno. “Non uno di meno”, come adesso spesso si dice. Vuole salvare e recuperare tutti. Lo fa con un gesto imperioso e possente. Nelle icone orientali della discesa agli inferi – che raffigura sostanzialmente la risurrezione – si vede Gesù, in bianche vesti, che spezza le porte degli inferi e libera tutti i prigionieri dello sheol. Prende con sé Adamo ed Eva – cioè tutta l’umanità – e li tira fuori. È bellissimo il gesto con cui nelle icone Gesù prende Adamo non per la mano, ma per il polso, come si fa con un bambino fiacco e recalcitrante. Adamo – cioè l’umanità in attesa della redenzione – non può fare nulla. È la grazia che lo salva. È l’iniziativa di Dio che ci previene e ci salva, sempre. L’immagine di Gesù che scende agli inferi per liberare «quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte» (Lc 1,79), in questo tempo di guerra ci fa pensare a tutti i prigionieri che attendono la liberazione e la salvezza. Ci sentiamo solidali con le famiglie ebree, in ansia per il loro cari, nascosti nei tunnel oscuri del sottosuolo di Gaza. Preghiamo perché una tregua onesta consenta la loro liberazione, perché arrivi anche per loro un “redentore” che li riporti a casa. Ma in questo sabato santo di silenzio pensiamo anche alle tante, troppe vittime palestinesi sepolte sotto le macerie dei palazzi bombardati. Chissà quanti di loro, forse donne, o bambini innocenti, erano sopravvissuti al crollo, e hanno atteso qualcuno che venisse a salvarli, e non è venuto. E sono morti lì, seppelliti da quel che restava delle loro case. Altri, forse più fortunati – verrebbe da dire –, sono morti sul colpo. Ma tutti sono morti nel buio, schiacciati dal peso del peccato e della violenza. Il Sabato santo per la Chiesa è il giorno del grande silenzio. È il tempo di un pianto silenzioso, il tempo della perdita, del distacco. Il tempo di un lutto che bisogna faticosamente elaborare, se si vuole accedere alla grazia del perdono e della rinascita. Gesù scendendo agli inferi ha voluto condividere fino in fondo il dolore, la perdita, il nulla che colpisce la nostra dolente umanità. È sceso nel profondo degli inferi affinché nessuna creatura umana si senta abbandonata da Dio. Perché nessuna solitudine sia lasciata muta. Perché solamente nell’abisso oscuro del sabato santo può germogliare la novità della risurrezione. La risurrezione si diffonde in tutto il mondo «cominciando da Gerusalemme» (Lc 24,47), che è l’“ombelico della terra” (cfr Ez 38,12). Una curiosa circostanza lo rende vero anche di fatto. Mentre tutto il mondo cristiano vive ancora il silenzio del Sabato Santo, al mattino del sabato – e non nella notte fra il sabato e la domenica – a Gerusalemme si celebra già la veglia pasquale. Era previsto così, infatti, dalla liturgia latina prima della riforma del Concilio Vaticano II, quando la messa si poteva celebrare solo al mattino. Le ragioni dello status quo, introdotto nei luoghi santi dalle autorità ottomane nel 1852, hanno reso impossibile modificare gli orari delle liturgie, e introdurre la celebrazione della veglia pasquale nella notte del sabato. Ma questa curiosa imposizione ha fatto sì che ogni anno l’alleluia pasquale risuoni nel mondo a partire da Gerusalemme. Prima cioè che la veglia sia celebrata in Nuova Zelanda, luogo che – in virtù del fuso orario – dovrebbe il primo a veder sorgere l’alba della domenica! E in fondo è giusto così. Perché davvero tutto ha avuto inizio da Gerusalemme.

29 Mar 2024
Ep. 2 - Venerdì Santo
Venerdì Santo - Meditazione di don Filippo Morlacchi, sacerdote della Diocesi di Roma, fidei donum a Gerusalemme Oggi è il giorno più tragico della storia. Il Figlio di Dio, il solo giusto, il Verbo della Vita, l’amico degli uomini che è passato «beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo» (At 10,38), proprio Lui viene giudicato, condannato, umiliato, flagellato e infine ucciso su una croce. Oggi è il giorno in cui il paradosso della fede cristiana si manifesta con più chiarezza. Il giusto muore per gli ingiusti, il santo per i peccatori. Oggi è il giorno del dolore infinito. Ieri sera ci siamo congedati da Gesù dopo il tradimento e la cattura nell’orto del Getsemani. È stato trascinato davanti alle autorità religiose per un giudizio sommario. Ha trascorso le ore più buie della notte in un carcere. Al canto del gallo, quando ancora l’aurora è acerba, viene condotto davanti al procuratore romano, Ponzio Pilato, che nei giorni della Pasqua ebraica viene a Gerusalemme per controllare che le feste si svolgano nel rispetto dell’ordine pubblico. Pilato viene svegliato dal trambusto. Lo buttano giù dal letto, ma per lui è solo una seccatura, non una tragedia. Gli portano un uomo a lui del tutto sconosciuto, chiedendogli di ratificare la sua condanna a morte. Pilato, avendo appreso che Gesù è un galileo, cerca di scaricare la responsabilità sul tetrarca Erode Antipa, che ha la giurisdizione sulla Galilea e che, anche lui, è venuto a Gerusalemme per la Pasqua. Ma Erode non vuole saperne, e lo rimanda a Pilato. Sono ormai le 7 o le 7.30 del mattino. Pilato cerca di salvare Gesù: non ha motivi per farlo uccidere, i Vangeli ci dicono che «voleva liberarlo» (cfr Lc 23,20). Pilato quindi non era crudele: era solo egoista e piccino. Infatti, quando la folla urla: «se difendi quest’uomo che si è dichiarato re, ti fai nemico di Cesare…» (cfr Gv 19,12), a quel punto preferisce salvare se stesso, e non Gesù, del quale non gli importa granché. In fondo, non è necessario esser davvero crudeli per compiere il male: basta essere mediocri, egoisti e paurosi. Inizia così la Via crucis di Gesù. Quattordici tappe, a distanza di una ventina di metri l’una dall’altra, che la tradizione cristiana ha voluto identificate nel breve tragitto tra la fortezza Antonia, dove probabilmente Gesù è stato condannato, e la collina del Golgota, appena fuori l’antica cinta muraria, dove i romani eseguivano le sentenze capitali. La Via crucis del Venerdì santo sarà un momento intenso e delicato della preghiera cristiana a Gerusalemme, specialmente quest’anno in cui la processione cristiana, che si sposta da est a ovest, si dovrà incrociare con i fedeli islamici che affluiscono verso la moschea Al-Aqsa, come ogni venerdì di Ramadan. La liturgia della passione, poi, ambientata sul Golgota, è tra le più intense e suggestive. Quest’anno la Basilica del Santo Sepolcro non sarà molto affollata, per la mancanza dei pellegrini. Ma idealmente, tutto il mondo oggi è qui, ai piedi del Calvario. Gesù rimane sul patibolo circa sei ore: dalle nove del mattino, quando lo crocifissero, fino alle tre del pomeriggio, quando rese lo spirito. La morte del Figlio di Dio sembra la più grande sconfitta. Ma i Vangeli – soprattutto quello di Giovanni, che oggi viene proclamato – ci spiegano che non è così: al contrario, la Croce manifesta perfettamente la gloria di Dio. Gesù accetta di morire perché sa che la sua vita è avvolta dall’amore del Padre, anche nel dolore e nella morte. Chi non riconosce o non sente questo amore avvolgente, è costretto a difendersi, a mettere al primo posto se stesso. La folla e i soldati danno voce alla tentazione: «salva te stesso, se sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!» (Mt 27,40). Del resto, è quello che ha fatto Pilato. Sì, posso anche provare a essere buono, ma a tutto c’è un limite: se questo amore mi costa troppo, allora “no, grazie”. E così l’uomo rimane schiavo del peccato e dell’egoismo. Uno dei ladroni gli suggerisce più sottilmente: «salva te stesso… e anche noi!» (Lc 23,39). Gesù invece ci mostra la piena libertà proprio rinunciando a salvarsi e accettando la morte. Ha scelto non di salvare se stesso, ma di donare se stesso, per salvare noi. Questo amore totale, ad ogni costo, esprime la sovrana libertà interiore di Gesù. La sua obbedienza perfetta al Padre rende visibile che ormai “Dio regna”. Regnavit a ligno Deus: sul trono della croce il regno di Dio – annunciato da Gesù con le parole e testimoniato dai miracoli – sul trono della croce il regno di Dio si manifesta pienamente. Dopo la lettura della passione, la liturgia prosegue con una grande preghiera di intercessione. Il libro dell’Esodo (Es 17,11ss) racconta che Aronne e Cur tenevano sollevate le mani di Mosè, perché la sua preghiera era necessaria per ottenere la vittoria sui nemici. Le mani di Gesù, inchiodate alla croce, intercedono per l’umanità fino alla fine dei tempi e sono il segno della potenza della preghiera. Dal cuore di Cristo, che sta per essere squarciato dalla lancia del centurione, si innalza una preghiera di perdono, per la salvezza di tutti. Anche noi entriamo in quella preghiera, la facciamo nostra, intercediamo per il mondo intero. Potenza del sacrificio, potenza del perdono, potenza della preghiera. Non posso non pensare, in queste ore, ai cristiani di Gaza. Domenica scorsa hanno celebrato la liturgia delle palme come hanno potuto, tra mille difficoltà. Ma in loro vedo celebrare la vittoria di Cristo, vedo il trionfo della croce. Scegliendo risolutamente di non covare vendetta, di non alimentare la spirale dell’odio, soffrendo con dignità e con amore, insegnano anche a me – anche a noi – che possiamo rendere visibile nel mondo l’amore che perdona, l’amore che viene da Dio. Anche noi possiamo mostrare con i fatti che il diavolo – colui che mediante la paura della morte teneva l’umanità intera sotto scacco (cfr Eb 2,14-15) – non ha più potere su di noi. Siamo liberi, liberi dall’odio e dal rancore, liberi di amare fino alla fine, fino a dare la vita, se necessario. Abbiamo un Padre nei cieli, che pensa a noi. Non abbiamo più bisogno di essere egoisti, di mettere al primo posto noi stessi. Nella croce di Cristo troviamo la vera libertà. Per questo la baciamo e la veneriamo. Non è masochismo, perché non adoriamo il dolore. Al contrario: adoriamo il Crocifisso, che ci insegna ad amare sempre, anche quando fa male, anche quando costa la vita. Vivere la croce con amore è il segno che il peccato non domina più i nostri cuori, che il Regno di Dio è qui, in mezzo a noi. Questa guerra sembra un Venerdì Santo che non finisce più. Preghiamo perché la fede ci insegni che siamo liberi, «liberi davvero» (Gv 8,36). Liberati dall’amore di Cristo, che si spinge fino a dare la vita. È Venerdì Santo: l’ora del dolore e della morte; ma anche l’ora dell’amore e della vittoria sul male. Sì, Gesù ha vinto, e noi con lui. Non ha vinto una guerra umana, ma la grande guerra contro il male. La nostra fede nell’amore di Dio è la vittoria che vince il mondo (cfr 1Gv 5,4).

28 Mar 2024
Ep. 1 - Giovedì Santo
Giovedì Santo - Meditazione di don Filippo Morlacchi, sacerdote della Diocesi di Roma, fidei donum a Gerusalemme La parola più importante della preghiera liturgica è “oggi”. La storia della salvezza viene rinnovata nel presente, e i credenti attingono alla grazia di quei divini misteri come se si compissero oggi. Qui in Terrasanta, dove vivo, alla storia della salvezza si aggiunge anche una “geografia della salvezza”. Nei santuari cristiani quando celebriamo la messa aggiungiamo hic a hodie. All’oggi si aggiunge il qui. Ad esempio, celebrando il Natale a Betlemme ricordiamo che Gesù nasce per noi non solo oggi, ma proprio qui. È tradizione dunque celebrare le feste liturgiche con particolare solennità e fervore proprio nei luoghi dove quegli eventi si sono compiuti. Oggi, giovedì santo, tutti noi cristiani di Gerusalemme ci raduniamo in due luoghi: il cenacolo, sulla collina di Sion, e il giardino del Getsemani nella valle del torrente Cedron. Certo, quest’anno non saremo in tanti. O meglio: noi, residenti a Gerusalemme, ci saremo, e saremo tutti. Ma non ci saranno i pellegrini, che dal 7 ottobre scorso non si vedono più in questa Terra: ed è una grande perdita. Perché la Chiesa di Terrasanta ha due polmoni: le comunità locali, e i pellegrini. E forse ci saranno anche meno cristiani che vivono nei territori palestinesi, per i quali è sempre più difficile arrivare a Gerusalemme, a causa dei controlli militari e delle restrizioni dovute alla sicurezza. Anche la grande processione della domenica della Palme, che – come facevano già in epoca bizantina – parte dalla chiesa di Betfage e poi discende lungo il monte degli Ulivi, attraversando la valle del Cedron, per entrare in Gerusalemme e ripetere così l’itinerario compiuto da Gesù nel suo ingresso messianico, quest’anno quella grande processione non aveva le folle a cui eravamo abituati… Ma c’eravamo, insieme a qualche gruppetto di coraggiosi pellegrini. E così, non mancheremo gli appuntamenti del giovedì santo. La messa in coena Domini ci conduce dunque nel Cenacolo, la sala «al piano superiore» dove Gesù ha celebrato l’ultima cena e ha lavato i piedi ai discepoli. È questo l’ultimo momento in cui Gesù è padrone della sua vita, prima di essere consegnato nelle mani dei malfattori. Potrebbe ancora sfuggire al tradimento, alla condanna e alla morte di croce; ma sceglie di non farlo. Al contrario, decide di donare la sua vita fino in fondo, in un gesto d’amore definitivo e totale. «Avendo amato i suoi, li amò sino alla fine», dice il Vangelo di Giovanni (13,1). E quel “fino alla fine” significa non solamente “fino all’ultimo momento”, cioè quando la fedeltà costa; significa anche “fino alla perfezione”, fino alla pienezza dell’amore. Il significato del gesto eucaristico – cioè lo spezzare il pane e il versare il vino – è questo: la mia vita è offerta, è donata, senza riserve e senza pentimento. “Sì – dice Gesù – come il pane viene spezzato e offerto in cibo, come il vino viene versato e offerto come bevanda, così voglio che la mia vita sia donata, senza riserve e senza rimpianti. Amici miei, anche voi fate come me: fate questo, in memoria di me”. E poi, affinché il senso di questo dono di sé rimanga qualcosa di concreto e quotidiano, Gesù si mette a lavare i piedi ai discepoli: perché donarsi, alla fin fine, significa amare e servire con umiltà. Le grandi virtù si sostanziano di piccoli gesti quotidiani. Impariamo a donare la vita spendendola quotidianamente nel servizio e nella carità. Soprattutto in questo tempo di guerra e di odio: i piccoli gesti d’amore sono preziosi, perché alimentano la speranza e consolano il cuore. Dopo la cena, Gesù va al Getsemani. Gli Apostoli ora sono undici: Giuda si è già allontanato per tradirlo. Anche noi accompagniamo Gesù, e in serata tutta la comunità cristiana di Gerusalemme si raduna nel giardino degli Ulivi, per una veglia di preghiera. È il luogo dove Gesù ha vissuto la sfida più tragica, nell’agonia della preghiera. L’ora della tentazione più terribile, della solitudine assoluta. Gesù ha un’ultima opportunità di fuggire, ed è colto dal dubbio. “Non avrò esagerato, nel dichiararmi disposto ad andare fino alla morte di croce?”. È il dubbio che coglie ciascuno di noi quando le esigenze dell’amore che abbiamo promesso iniziano a costarci. Gesù supera la tentazione grazie alla preghiera, che si riassume in una parola sola: “Abbà – Padre”. “Sì tu sei Padre, e io mi fido di te senza condizioni”. La sera del giovedì santo tutti siamo chiamati a vegliare con Gesù nel Getsemani, per imparare da Lui, e con Lui, a dire: «Padre, sia fatta la tua volontà, santifica il tuo Nome, venga il tuo Regno…». Ripetiamo queste parole pensando a tutti coloro che in questo tempo di guerra soffrono ben più di noi. A tutti coloro che spontaneamente pregano, insieme a Gesù, con le parole del Salmo: «ho cercato consolatori, ma non ne ho trovati…» (Sal 69,21). E invochiamo: «Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi… donaci la pace».
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