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CdTalk - L'ospite

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by Gruppo Corriere del Ticino

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Episode thumbnail for Raphaël Brunschwig: «Anche il Festival è pronto a crescere a braccetto con la Locarno che verrà»

July 30, 2026

Raphaël Brunschwig: «Anche il Festival è pronto a crescere a braccetto con la Locarno che verrà»

👉 <a href="https://www.youtube.com/redirect?event=video_description&amp;redir_token=QUM4Zm9rUmNGWFBzZ2N1R3lMOWpodlF4THNXTHxBR3JiS2FsWFdRUl9GMkV2dVMtb2VnT1oxbjhYZTluN0NtSlZmeXdPTFhYQTQ2RzlBdmJWR0V6RWEwSFFrdHJLV2lkeXI4T2Nrc3VMeEFaam5hRWJOY3BFNnktSnlNbnhkXzNi&amp;q=https%3A%2F%2Fcdtlink.ch%2Flocarno-futuro&amp;v=FmfxhscEQU4" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://cdtlink.ch/locarno-futuro</a> 👈 Raphaël Brunschwig, presidente della direzione della manifestazione cinematografica, saluta positivamente lo sviluppo della Città: dalla Nouvelle belle époque alla futura Rotonda, passando per il Grand Hotel: «Ma dobbiamo affrontare anche il rinnovo delle sale più grandi» 💪😃🎬🎞️🦁💙 «Una città più accogliente, viva e capace di valorizzare i propri spazi rende migliore anche l’esperienza per il pubblico, per gli ospiti e per chi ci lavora». È con queste parole che Raphaël Brunschwig, presidente della direzione del Festival, saluta la rinascita di Locarno, grazie alle iniziative pubbliche, ma anche private. Dalla Nouvelle belle époque alla nuova Rotonda, passando per il Grand Hotel e poi, non molto più in là nel tempo, il Pretorio, «perno» del Patto della Pace. Senza dimenticare il Museo di storia naturale, che aprirà al pubblico un’area verde dalle dimensioni paragonabili a piazza Grande (l’iconica sala «sotto le stelle» raffigurata sulla banconota da venti franchi), e il Teatro Kursaal, per il quale l’anno scorso era stato presentato il progetto «Polvere di stelle». Una voglia di rilancio, insomma, che non coglie impreparati i vertici della kermesse, anzi. «Siamo pronti a farci coinvolgere e a far crescere la rassegna», spiega al Corriere del Ticino Brunschwig. «Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che all’orizzonte c’è la sfida del rinnovo delle sale più grandi, quelle nel comparto della Morettina (La sala e L’altra sala) e del Fevi (rinominato Palexpo)». Ma andiamo con ordine. «Il rilancio del Grand Hotel, uno degli interventi più avanzati, per noi ha un valore particolare. È il luogo dov’è iniziata la nostra storia. Ritrovarlo, grazie allo spirito imprenditoriale di Stefano Artioli, del gruppo Arabella e di Marriott, significa riconnettere le origini al futuro, recuperare un punto di rappresentanza che rafforzerà anche la nostra capacità di accoglienza internazionale». E chissà che non siano riproposte le proiezioni nel parco. L’ultima delle quali, nel 1967 - la manifestazione era in calendario dal 22 al 31 luglio -, «Guerra e pace» (Unione sovietica, 1966, Serghei Bondarciuk), tre ore e un quarto (ed era solo il primo di tre episodi, per un totale di otto ore). «È ancora presto per definire scenari realistici, ma si apriranno sinergie interessanti», evidenzia il nostro interlocutore riferendosi anche alla riqualifica dal Debarcadero alla piazzetta Remo Rossi, di fronte al Palacinema. «Il fatto che il centro si apra in modo più naturale verso il lago ci permetterà di valorizzare diversamente Largo Zorzi. In passato, con Michele Arnaboldi avevamo prospettato strutture in quello spazio. Ecco perché possiamo ben immaginare qualcosa di più visionario: uno spazio raccolto, qualche centinaio di persone, proiezioni sul lago non come alternativa alla piazza, bensì come esperienza intima e complementare. È solo un’idea, non un progetto finanziato, ma la trasformazione urbana ci spinge a esplorarla». Sull’altro lato, a ovest, Palazzo Marcacci si appresta ad aprire un cantiere che ha ricevuto il sostegno di mezzo milione dalla società cooperativa La Mobiliare per la progettazione secondo i principi della «città spugna»: «Oggi, montare qualsiasi cosa nella Rotonda è complicatissimo. Avere un palco e degli allacciamenti adeguati cambierà radicalmente il modo di lavorare. Negli anni l’abbiamo resa più sostenibile e meno “piena”, ma una struttura pensata fin dall’inizio per ospitare attività culturali sarà un enorme passo avanti». Tornando all’ex convento di Santa Caterina, destinato a diventare Museo di storia naturale, l’intervistato...

Episode thumbnail for Angelo Renzetti: «Un nuovo volto alla stazione con il mio progetto “Urbania”»

June 21, 2026

Angelo Renzetti: «Un nuovo volto alla stazione con il mio progetto “Urbania”»

👉 <a href="https://www.youtube.com/redirect?event=video_description&amp;redir_token=QUFFLUhqa2dwNXVpUUZpQ1g2bVNjYTJQbHlIQjRsaWJ0Z3xBQ3Jtc0ttaElaRlNWbGVUQy1hOWtZXy1tMFRlbTlfYnVtZkNWdjdZUk9Ka2Nya3hNWW83WVhyWDdxV0RqZEtCeEpwVldzMUFmNlVkUDVVa1ktNUZBdzAwZ0NST3djVktOWmU3WVB4YWVsMmRkbFZQVmg4c3E4dw&amp;q=https%3A%2F%2Fcdtlink.ch%2Fangelo-renzetti&amp;v=5OmkTXCzpNs" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://cdtlink.ch/angelo-renzetti</a> 👈Parla Angelo Renzetti, imprenditore immobiliare molto legato alla Città di Locarno, anche se non è ancora riuscito ad aprire il cantiere del suo progetto di riqualificazione alla stazione — Angelo Renzetti, imprenditore immobiliare 72.enne, racconta al Corriere del Ticino di voler presto concludere il passaggio generazionale dell’attività al figlio, Luca. «Poi vorrei dedicarmi a ciò che mi piace: viaggiare, coltivare amicizie, godermi il tempo della pensione». Sogna, però, di aprire il cantiere di «Urbania», il progetto di riqualificazione alla stazione fermo da anni, e valuta una causa civile, sperando «di smuovere le acque».<br /><br />Signor Renzetti, qual è il suo rapporto con Locarno, anche a livello familiare? <br />«Sono arrivato a Locarno nel 1964, dopo le prime tre classi a Bellinzona. Da allora ho fatto tutto qui. Scuola, lavoro, sport. Mi sento locarnese a tutti gli effetti. Anche la mia famiglia è sempre stata legata a Locarno. La mia prima moglie era locarnese, mio figlio è nato qui, le mie prime esperienze imprenditoriali sono state nel Locarnese. E poi c’è il calcio: dai Pulcini fino alla prima squadra del Locarno».<br /><br />Com’è cambiata? <br />«È una città che offre ciò che nessun’altra in Ticino ha. Un lago importante, valli splendide, la possibilità di muoversi a piedi ovunque. Nel tempo sono cresciute anche le infrastrutture e oggi, con il treno da Milano ogni mezz’ora, è più vicina che mai. Certo, ci sono stati periodi di stasi, soprattutto a livello edilizio. E la mentalità non aiuta. Ogni Comune difende il proprio orticello. Ma la “Grande Locarno” è inevitabile. E necessaria».<br /><br />È attrattiva? Si può migliorare? <br />«Si può sempre migliorare, ma è una città vivibile, con un clima unico e un territorio che non ha eguali. Negli ultimi anni vedo un fermento positivo. Dopo un periodo di immobilismo edilizio, ora si costruisce di più. Artioli sta facendo tanto, con il rinnovo dell’ex Globus o il Grand Hotel Locarno. E poi ci sono elementi che fanno la differenza: il Porto, il Lido di che è la struttura più grande nel suo genere nel Cantone, le passeggiate lungo la Maggia».<br /><br />Cosa ci può dire dello sviluppo immobiliare? Che progetti avete? «Abbiamo un terreno importante nella zona della Rotonda (al vecchio saponificio, ndr), un punto strategico che richiede investimenti significativi. L’idea è svilupparlo a tappe, con una visione moderna. Parliamo di un potenziale di circa 250/300 alloggi in 15-20 anni. Sarà mio figlio a portare avanti il progetto. Abbiamo anche altri interventi più piccoli, ma il vero nodo è Urbania».<br /><br />Il progetto Urbania alla stazione di Locarno, appunto: perché è fermo da anni? <br />«Già. È l’esempio perfetto di come certe cose siano gestite male. Abbiamo promosso un piano particolareggiato che ha superato l’esame di 18 uffici cantonali, una serata pubblica, ha recepito le osservazioni delle associazioni ambientaliste e ha persino vinto un premio nazionale come miglior piano dell’anno. Nonostante questo, dopo aver ottenuto il permesso municipale, la STAN (Società ticinese per l’arte e la natura, ndr) ha fatto ricorso per mantenere i portici esistenti, che tra l’altro sono irregolari e già destinati a essere sostituiti, come la stessa STAN aveva convenuto».<br /><br />E il risultato è... <br />«... che da due anni è tutto bloccato! Nessuno decide, i negozi restano sfitti, i danni economici sono enormi e la zona della stazione, già delicata, sta vivendo un ulteriore deterioramento. Se non si sblocca nulla, dovrò procedere...

Episode thumbnail for Sheldon Suter: un'alba di suoni a Locarno, anche grazie al festival Éther

May 31, 2026

Sheldon Suter: un'alba di suoni a Locarno, anche grazie al festival Éther

👉 <a href="https://www.youtube.com/redirect?event=video_description&amp;redir_token=QUFFLUhqbEo4dWpaZXJoNHlVSUd4WjRvRVlZeTg4Mk93d3xBQ3Jtc0tuSXVsQ1V1YjZFSHZVWFJXbEZzbEVjNnA0SkhHS2llZENkR1VQTjhqR2IxdUxKMVVlaTN6SEQ0alo5S2t0WktUY0tVMTZxSlF5MXhvSkpna0QxelFDMnkyU2hpX21vS2xmZm1MRGNQZlYwWFhXNS1fUQ&amp;q=https%3A%2F%2Fcdtlink.ch%2Fpodcast&amp;v=umU0-hAmO0Q" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://cdtlink.ch/podcast</a> 👈Cresciuto tra le vie della Città Vecchia di Locarno e le campane di Arcegno, Sheldon Suter è una figura singolare nel panorama artistico ticinese: musicista, fotografo, docente, instancabile sperimentatore. A pochi giorni dall’avvio della quinta edizione di "Éther", il festival da lui ideato, e dopo l’uscita del nuovo album "Pink Dawn", l’artista racconta un percorso fatto di ritorni, deviazioni e ricerche ostinate. «Sono nato qui, in Città Vecchia. All’epoca c’erano ancora le vacche e si suonavano le campane con le funi», ricorda con un sorriso. Dopo un apprendistato come fotografo e una giovinezza trascorsa tra Basilea, Zurigo e Parigi, Suter ha coltivato parallelamente due linguaggi: l’immagine e il suono. «Sembrerebbe che fotografia e musica si contaminino, ma per me sono sempre rimasti due mondi separati», precisa. La musica, però, è diventata negli anni il suo territorio più radicale. Batterista di formazione jazz, Suter ha attraversato club, festival e progetti collettivi, fino a rendersi conto che qualcosa gli sfuggiva: «Dopo una decina di dischi mi sono accorto che mancava un intero lato della mia ricerca. In gruppo certi dettagli si perdono. Volevo capire cosa succedeva registrando davvero da vicino ciò che sentivo mentre sperimentavo sullo strumento».<br />Da qui nasce il lavoro solista che lo ha portato a esplorare suoni lunghi, risonanze inattese, tecniche non convenzionali: sfregamenti, archetti, campane tibetane, gong. Una sorta di laboratorio acustico che ha dato vita prima a "Berceuses &amp; Nocturnes" e ora a "Pink Dawn", un disco che segna un passaggio verso atmosfere più luminose. «Dopo il notturno volevo un risveglio. Qualcosa di più fresco, più fruibile», racconta. Il titolo, "Alba rosa", è richiamato anche dalla copertina: una fotografia di un murale dell’artista ticinese Mona Caron, oggi attiva in California. «Quel rosa antico era perfetto. Ho provato a spingere verso un’estetica più pop, ma alla fine sono rimasto su quel tono, un po' sospeso». Nel nuovo album compaiono anche tre ospiti: l’arpista ginevrina Julie Campiche, la cantante zurighese Lea Lu e lo scrittore Vanni Bianconi. Proprio con Lea nasce "Firefly", uno dei brani più evocativi, ispirato alle lucciole che l’artista aveva visto durante il festival "Éther": «È una storia bella perché nasce al mulino, dove tutto è cominciato. Un cerchio che si chiude».<br />Il festival Éther è forse il progetto più comunitario di Suter. Nato cinque anni fa, al suo rientro stabile in Ticino, rispondeva a un’esigenza semplice: creare luoghi di ritrovo. «Mi sono accorto che mancava la vita notturna, mancavano gli spazi informali. C’erano tanti artisti, ma non si incontravano». Così, con pochi mezzi e molta ostinazione, è nata la prima edizione, “quattro soldi e tanta voglia di fare”, come la definisce lui. L’edizione di quest’anno si terrà dal 3 al 6 giugno e si aprirà proprio sul Monte Verità, con un’installazione sonora e visiva di Giuseppe Di Giacomo alla Casa dei Russi. Seguirà un concerto esclusivo al mulino con un duo ginevrino di “twin pop”, un’introduzione alle campane di Arcegno, musica popolare dal Ticino alla Sicilia, un solo violinistico ispirato alla tradizione berbera e un progetto zurighese di synth pop cantato in giapponese.<br />Il festival, volutamente poco pubblicizzato, vive di passaparola. «Ho sempre paura che arrivi troppa gente. Più di cento persone diventa complicato», ammette. Ma Suter guarda già oltre: «Vorrei portare qualcosa anche nel quotidiano urbano di Locarno. C’è un grande vuoto. L’idea è creare pop-up...

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