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June 3, 2026
“Zuccarello distinto melodista” di Luigi Pirandello
<h1 style="text-align: center;">Zuccarello distinto melodista</h1> <p style="text-align: center;">di<br /> <strong>Luigi Pirandello</strong></p> <p style="text-align: center;">tempo di lettura: 14 minuti</p> <hr /> <p>Sapevamo che Perazzetti, dopo avere sposato quella donna dal cane, non tanto per ridere, quanto per guardarsi dal pericolo di prender moglie sul serio, s’era dato da un pezzo, per non so quale connessione, allo studio della filosofia.</p> <p>Quali effetti un tale studio dovesse produrre in un cervello come il suo, era facile a noi tutti immaginare. Ma ce ne volle lui stesso rappresentare uno, l’altra sera, raccontandoci a suo modo la seguente avventura.</p> <p>— Ero, — cominciò a dire, guardandosi al solito le unghie, — ero, amici miei, in uno di quei momenti, purtroppo non rari, in cui la ragione (ne ho, per disgrazia, ancora un poco), sicura d’aver raggiunto alla fine quell’«assoluto» che tutti affannosamente, senza saperlo, andiamo cercando nella vita…</p> <p style="padding-left: 3em;">— Io, no,<br /> — Io, no,<br /> — Io, no,<br /> lo interrompemmo a coro.</p> <p>— Bestie, se vi dico senza saperlo! La ragione, del resto, s’accorge a un tratto di tenere vittoriosamente stretto in pugno un codino, capite? invece dell’assoluto; un codino di parrucca, quel tal codino di parrucca, a cui s’aggrappava l’ineffabile barone di Münchhausen per tirarsi fuori dello stagno, nel quale era caduto.</p> <p>Protestammo che, se seguitava a parlare cosí difficile, non gli avremmo piú dato ascolto, e allora Perazzetti ci spiegò, paziente, con gli occhi chiusi e le mani avanti:</p> <p>— Ecco qua. Prima o poi, il fine che ci siamo proposto, a cui tendono tutti i nostri affetti, tutti i nostri pensieri, e che ha perciò acquistato per noi il valore intrinseco della nostra stessa vita, un valore assoluto, capite?; appena raggiunto, o anche prima d’essere raggiunto, ci si scopre vano.</p> <p>— Come? perché vano?</p> <p>— Ma perché ci accorgiamo, santo Dio, che, come questo fine, qualunque altro avremmo potuto proporcene, che sarebbe stato vano lo stesso. Perché l’assoluto, cari miei, quell’assoluto in cui soltanto potrebbe quietarsi il nostro spirito, non si raggiunge mai.</p> <p>— Ragion per cui è da imbecilli andarlo cercando, — osservò uno di noi.</p> <p>— Bravo! Quel che dico io, — approvò Perazzetti. — Ma lasciatemi dire, per favore. Ogni principio è difficile; poi viene il bello. Ecco: la vita nostra corre protesa tutta verso quel fine, nel quale s’illude di poter toccare e sentire la propria realtà. Crolla o svanisce quel fine, crolla e svanisce all’improvviso con esso la nostra realtà, o, piuttosto, l’illusione della nostra realtà. E allora (che è, che non è) privi d’un tratto della realtà che c’immaginavamo di poter finalmente toccare, ci vediamo vaneggiare nel vuoto e a ogni canto di strada possiamo veder passare la follia e, come niente, metterci a conversare con essa (che potrebbe anche essere l’ombra del nostro stesso corpo) e domandarle, per esempio, con molta buona grazia e delicatezza:</p> <p>— Chi piú ombra, o cara, di noi due?</p> <p>State a sentire. Ero dunque in uno di questi deliziosi momenti, con in mano il codino della mia ragione.</p> <p>Quasi senza accorgermene, passavo, di sera, per una delle vie piú popolose della nostra città. Mi pareva che la gente, tutta quanta impazzita come me, andasse in tumulto, e che i campanelli dei tram, le trombe delle automobili chiamassero ajuto, allorché, per caso, m’avvenne di posare lo sguardo su una tabella tra le due finestre ferrate d’un sotterraneo.</p> <p>Dalle grate di queste finestre s’intravedevano giú un banco di méscita di lacca verde e luccicante di specchi, una diecina di tavolini di marmo, attorno a cui stavano seduti molti avventori, uomini, donne; poi, un armonium, ecc. Su quella tabella due arrabbiatissime lampade elettriche scaraventavano friggendo un violento sbarbaglio livido su un manifesto rosso, che recava a grossi caratteri la scritta:</p> <p style="text-align: center;">IL SIGNOR ZUCCARELLO<br /> DISTINTO MELODISTA</p> <p>Ebbene, davanti a questo nome, con tanta rabbia folgorato da quelle due lampade, io mi fermai con la certezza acquistata lí per lí che questo signor Zuccarello, il quale si qualificava da sé con dolce probità distinto melodista, doveva aver raggiunto l’assoluto, e dunque, senza meno, essere un dio.</p> <p>— Un dio?</p> <p>Se ci riflettete bene, non può di conseguenza non essere un dio chi abbia raggiunto l’assoluto.</p> <p>Un nostro pernicioso errore è questo: immaginarci che, per diventare un dio, bisogni attingere con straordinarii mezzi altezze inaccessibili.</p> <p>No, amici miei. Niente fuori di noi, nessun’altezza. Coi mezzi piú comuni e piú semplici, un punto dentro di noi, il punto giusto, preciso, dove s’inserisca quel seme piccolissimo, che a mano a mano da sé sviluppandosi diverrà un mondo.</p> <p>Tutto è qui. Saper trovare in noi questo punto giusto per inserirvi il piccolo seme divino che è in tutti e che ci farà padroni d’un mondo.</p> <p>Nessuno lo trova, perché lo andiamo cercando fuori, in quell’errore che debba essere altissimo e che ci vogliano mezzi straordinarii. Abbagliati da vane illusioni, aberrati da ambiziose e stravaganti speranze, distratti o anche pervertiti da desiderii artificiosi, quel niente, quel puntino infinitesimale, che è la cosa piú comune e piú semplice del mondo, ci sfugge e non riusciamo mai a scoprirlo.</p> <p>Ma ecco qua questo signor Zuccarello.</p> <p>— «La dolcezza stessa del suo nome, — io mi diedi a pensare, — l’avrà portato un bel giorno a cantare, cosí, naturalmente, come fanno gli uccellini. S’è trovata in gola una discreta vocetta, e gli è bastata per distinguersi senza sforzo dagli altri. Un falso dio si sarebbe proclamato senz’altro: celebre melodista. Lui, no. Al signor Zuccarello, dio vero del suo mondo qual è, quale può essere, quale deve essere, basta proclamarsi distinto melodista. Tanto e non piú. Cioè, quanto basta per esser lui, e non un altro.»</p> <p>Assolutamente bisognava ch’io lo vedessi, gli parlassi quella sera stessa. La sua vista, una conversazione con lui, mi avrebbero senza dubbio rimesso a posto lo spirito, ridato la calma e la fiducia nella vita.</p> <p>Entrai dunque in quel caffè-concerto sotterraneo.</p> <p>Si doveva andare piú giú della sala col banco di méscita che s’intravedeva dalla via. Piú giú di molto. Ma in fondo non mi dispiacque l’idea che dovessi andare a conoscere sottoterra l’uomo che aveva raggiunto l’assoluto. Mi parve anzi giustissimo, e che non potesse essere altrimenti.</p> <p>— Quanto, il biglietto? — domandai allo sportellino.</p> <p>— Sedie o poltrone?</p> <p>— Ci sono anche poltrone?</p> <p>— Poltrone, sissignore. Tre lire, compreso l’ingresso e, a scelta, anche una consumazione.</p> <p>Titubante, guardai il bigliettajo, come per domandargli:</p> <p>— Tutto questo, col signor Zuccarello?</p> <p>Dio sa che cosa il bigliettajo arguí dalla mia aria smarrita, perché evidentemente il signor Zuccarello era per lui un numero come un altro del programma, e:</p> <p>— Prezzi normali, — soggiunse, come per tenersi fermo a un dato di fatto nell’incertezza penosa, in cui quel mio strano modo di guardarlo lo teneva sospeso.</p> <p>— Bene bene, — dissi per tranquillarlo.</p> <p>Diedi le tre lire, presi il biglietto e scesi due lunghe rampe di scala.</p> <p>Scendendo, avvertii subito che la terra si vendicava della violazione del suo grembo.</p> <p>Che questo grembo fosse squarciato per il riposo cieco e muto dei morti, la terra lo poteva tollerare; ma che fosse aperto, e cosí oscenamente, ad archi scosciati, e la cecità fosse rischiarata con tanta sfacciataggine da due grosse lampade, e il silenzio cosí profanamente offeso da canti sguajati, strimpellii di strumenti, acciottolío di stoviglie, risa sconce e applausi, questo no, questo non lo poteva tollerare.</p> <p>Ed ecco la sua vendetta: non ostanti gli sforzi del proprietario, la luce elettrica e la musica e gli specchi, quel caffè-concerto aveva il rigido squallore d’una tomba.</p> <p>Confesso che mi sarebbe piaciuto molto trovar laggiú, nelle poltrone e nelle sedie, serii e composti, con la loro brava consumazione davanti, intatta, velata di polvere e con qualche ragnetto natante, una moltitudine di morti, venuti per vie sotterranee a quel loro caffè-concerto, con gli abiti neri, lustri d’umido, spiegazzati e chiazzati qua e là da bianche gromme di muffa.</p> <p>Trovai di peggio. Morti in anticamera, aspiranti morti, pochissimi e oppressi d’una disperata tristezza. Ogni stato incerto è peggiore d’ogni cattivo stato certo. Si recavano alle labbra la tazza di caffè, lo sciop di birra, il bicchiere di menta, col gesto di chi pensa:</p> <p>— Poiché è ancora necessario ch’io lo beva…</p> <p>E nessuno guardava verso il piccolo palcoscenico, dove una scheletrica stella italiana miagolava, prima levando le braccia come per tentare d’aggrapparsi a un acuto che non riusciva a prendere, poi abbassando le mani con grazia squacquerata.</p> <p>La voce di questa canzonettista e il rombo dell’orchestrina facevano una violenza orribile, d’indegno stordimento, alla tragica, sconsolata solitudine di quelle poche mummie di avventori.</p> <p>Zitto zitto, in punta di piedi m’appressai a un cameriere e gli presentai il biglietto per avere indicato il mio posto.</p> <p>— Ma segga dove vuole, — mi rispose il cameriere. — Vede che non c’è nessuno?</p> <p>— Già, possibile? È cosí ogni sera?</p> <p>— Sú per giú…</p> <p>— Dunque il signor Zuccarello non richiama gente?</p> <p>— Chi?</p> <p>— Il signor Zuccarello.</p> <p>Il cameriere guardò nel programma.</p> <p>— Ah, già, — disse. — Nossignore, chi vuole che richiami?</p> <p>Avvilito, presi posto in una poltrona.</p> <p>La stella italiana, inchinandosi a vuoto tre o quattro volte, si ritirò tra le quinte; l’orchestrina tacque; un silenzio sepolcrale si fece nel caffè sotterraneo.</p> <p>Mi sorse allora come in un lampo di follia la tentazione di mettermi a battere fragorosamente le mani, per rompere, per fracassare quel silenzio, per far balzare in piedi atterriti quei pochi, taciturni, oppressi avventori, aspiranti morti. Mi avrebbero preso per pazzo? Ma che ero io? A restare lí ancora per poco, in quel vuoto sotterraneo, in quel silenzio di morte, non sarei impazzito davvero?</p> <p>Soffocato, m’alzai rumorosamente, con una smania esasperata di parlar forte, di gridare, di pigliarmela con qualcuno. E, come il cameriere mi s’appressò per domandarmi:</p> <p>— Che cosa ordina il signore?</p> <p>— Niente, — gli risposi ad alta voce. — Non ordino niente! Lei ha detto che il signor Zuccarello non richiama nessuno? Sappia intanto, che ha richiamato me!</p> <p>Avvenne quel che avevo immaginato. Tutti, anche i sonatori dell’orchestrina, si voltarono sbalorditi a guardarmi; parecchi si levarono da sedere; il cameriere, quasi basito, mormorò:</p> <p>— Ma io non ho mica inteso d’offenderla, signore…</p> <p>— No, no, — seguitai con sdegno e con ira. — Tanto perché lei lo sappia! E lo dica al suo direttore o al signor proprietario del caffè, che fa di queste belle speculazioni, impiantare qua, in un sotterraneo, un caffè per fare impazzire i suoi avventori!</p> <p>Un signore, a questo punto, mi si fece incontro, turbato, pallidissimo. Lo fissai, per fermarlo a una certa distanza, e lo interpellai altezzosamente:</p> <p>— Lei è il proprietario?</p> <p>— Il proprietario, a servirla.</p> <p>— Ah, bravo! La prego di dirmi, se lei, scritturando il signor Zuccarello, gli aveva detto che il suo nome sarebbe apparso sú, nella via, in quella tabella folgorata da due lampade elettriche!</p> <p>Il proprietario mi guardò inebetito, balbettò:</p> <p>— Io… nella tabella… il signor Zuccarello?… sissignore… è l’uso…</p> <p>— Ah, è l’uso? — dissi, con un sorriso di trionfo. — E il signor Zuccarello dunque lo sapeva? Lo sapeva e s’è qualificato da sé distinto melodista?</p> <p>— Sissignore, da sé. Ma io non capisco…</p> <p>— Lo vedo bene, — gridai, — lo vedo bene che lei non capisce nulla! Scusi, che cosa c’è lassú?</p> <p>Indicai, cosí dicendo, in alto, nella parete di fronte al palcoscenico, un riflettore per illuminare gli artisti alla ribalta.</p> <p>All’improvvisa diversione, tutti nella sala scoppiarono a ridere e alzarono il capo a guardare dove io indicavo con fiero cipiglio. Piú che mai sconcertato, il proprietario, guardò anche lui, rispose:</p> <p>— Un riflettore…</p> <p>— Ah, è un riflettore? E lei non pensa d’accenderlo per illuminare alla ribalta un artista come il signor Zuccarello? un artista che si qualifica da sé distinto melodista, pur sapendo che il suo nome sarà esposto sú, nella via, in quella tabella sfolgorante di luce?</p> <p>Un nuovo scoppio di risa accolse queste mie parole. Il proprietario ne fu scosso; il primo sbalordimento si cangiò in irritazione; forse gli balenò il sospetto ch’io fossi pagato dal signor Zuccarello per fare quella parte; si scrollò irosamente e disse:</p> <p>— Ma io non debbo dar conto a lei, se accendo o non accendo…</p> <p>— No no, scusi, scusi, — lo interruppi subito, facendomi manieroso, — lei deve rispettare in me un avventore attirato come una farfalletta dal lume di quella sua tabella nella via, un avventore che ha avuto fiducia nel signor Zuccarello e se ne promette una gioja, che lei non può neanche immaginarsi!</p> <p>— Ma questo… — si provò a interrompermi a sua volta il proprietario.</p> <p>Non gli diedi tempo:</p> <p>— Questo anche per suo tornaconto! Caro signore, qua siamo in un sotterraneo, lei lo sa bene; anzi in una catacomba! Dia ordine, via, che s’accenda il riflettore, e faccia un’altra cosa, sempre per suo tornaconto: inviti tutti gli avventori, che stanno a sbadigliare nella sala di sopra, a scendere qua, a sentire il signor Zuccarello! Gratis, non importa per una sera! È una vera indegnità che un distinto melodista come lui debba cantare alle sedie!</p> <p>Tutte quelle mummie d’avventori, già richiamate alla vita, a questa mia inattesa proposta batterono festosamente le mani, approvando a coro; il proprietario mi guardò ancora per un momento accigliato e perplesso, poi sorrise anche lui, aprí le braccia, s’inchinò e corse sú a dare gli ordini.</p> <p>Poco dopo, la sala era quasi piena, rumorosa, ansiosa per la promessa d’un godimento insperato. Il riflettore di contro al palcoscenico cominciò a sfriggere, sbarbagliando, s’accese; l’orchestrina attaccò il preludio della prima romanza, e il signor Zuccarello in marsina, cravatta bianca, guanti bianchi, si fece avanti, raggiante, accolto da uno strepitoso applauso.</p> <p>Ah, miei cari amici, se l’aveste veduto! Piuttosto piccolino, con una faccia che pareva intagliata in un saponetto da barbiere, color di rosa, con un che di caprigno nei capelli fitti, ricci e neri, e anche nella voce, quando cominciò a belare, appassionatamente.</p> <p>Per me, la maggior prova, la prova piú lampante che non m’ero affatto ingannato sul suo conto, fu questa: che non si sforzò per nulla. Tanto e non piú, cosí nella voce come nei gesti e nei sorrisi. Dava quel che poteva, e perfettamente sapeva quanto poteva dare. Nelle pause, cacciava fuori la lingua, sorridendo, per umettarsi le labbra, e graziosamente, con due dita, si tirava i polsini di sotto le maniche.</p> <p>Perfetto!</p> <p>Ma naturalmente nessuno degli spettatori riusciva a rendersi conto di quella perfezione. Sentivo che tutti tenevano la loro disillusione sospesa in una aspettativa, che si volgeva dubbiosa da me a lui, da lui a me. Per fortuna, un buon acuto finale, smorzato con arte, rialzò, sostenne le sorti; io mi affrettai ad applaudire con entusiasmo, tutti applaudirono con me, e il signor Zuccarello venne fuori due o tre volte a ringraziare, inchinandosi con una mano sul petto.</p> <p>Ma voi capite, amici miei, che a me non importava tanto, quella sera, di salvare il signor Zuccarello, quanto di salvare «l’assoluto». Ne avevo proprio bisogno! E lo salvai, non ostante tutto; voglio dire, non ostante che il signor Zuccarello, dopo lo spettacolo, mi venne incontro adiratissimo, quasi con le mani in faccia, a domandarmi conto e ragione di quanto avevo fatto, del pericolo a cui lo avevo esposto d’un fiasco clamoroso e anche di fargli perdere la scrittura per l’inqualificabile soperchieria usata al proprietario del caffè.</p> <p>Stentai non poco a calmarlo, ma alla fine ci riuscii; non solo, ma riuscii anche a farmelo amico. Lo condussi con me per piú d’un’ora per le vie già deserte, e lo feci entrare in un caffè notturno, perché seguitasse, bevendo una tazza di birra, a parlarmi di sé, della sua vita, delle sue speranze, dei suoi desiderii.</p> <p>Vi figurate che m’abbia detto cose straordinarie? Siete veramente imbecilli! Mi disse le cose piú ovvie, piú comuni, piú semplici del mondo, quali poteva dirle uno che aveva saputo trovare in sé il punto giusto, il puntino infinitesimale, dove aveva inserito il seme che l’aveva fatto un dio modesto, padrone del suo piccolo mondo. Era contento e soddisfatto di tutto, anche di cantare alle sedie in quel lugubre caffè sotterraneo. Perché in quell’equilibrio perfetto che solamente può dare la piena soddisfazione di sé, egli aveva capito che a lui conveniva d’essere un piccolo dio provinciale, di condurre cioè nei paeselli di provincia la sua modesta divinità; e gli bastava perciò di poter dire, per accrescere colà il suo prestigio, d’aver cantato a Roma, in un caffè-concerto di Roma; quale, non importava.</p> <p>La prova maggiore della sua divinità mi fu data però da un’ombra, che, appena usciti dal caffè sotterraneo, prese a seguirci a distanza per piú d’un’ora lungo le vie deserte; l’ombra d’una donna miserabile, che potei distinguere bene quando, schiudendo timidamente la porta a vetri del caffè notturno, strisciò dentro, dieci minuti dopo ch’eravamo entrati noi, e andò a rincantucciarsi in un angolo in fondo, vestita di un abito nero, inverdito e sfrittellato, con un cappellino frusto, guarnito di una piuma piangente da un lato; su le spalle curve, una vecchia mantiglia sfrangiata; ai piedi, un pajo di scarpacce da uomo.</p> <p>Avevo notato che, andando via, egli di tanto in tanto, pian piano e come di nascosto, si voltava a lanciare indietro un’ occhiata inquieta.</p> <p>— Ma sí, lo so! — avrei voluto dirgli, per levarlo da quella inquietudine. — Lo so ed è giusto che sia cosí: non credere che m’offenda il fatto che tu tenga cosí a distanza tua moglie e che ella sia cosí miserablle.</p> <p>Ero sicuro che lui la teneva ancora con sé, non solo per farsi servire da lei, come da una schiava, ma anche per misurare da lei il cammino che aveva saputo percorrere; e parimenti ero sicuro che ella, senza muovere un lamento, faceva di tutto per tener lui come un damerino.</p> <p>Dite di no? Lasciatemi ripetere, amici, che siete veramente imbecilli. Sappiate che dopo aver accompagnato fino al portone dell’alberguccio il signor Zuccarello, nel ritornare indietro, io m’ebbi, nel bujo fitto della strada, un profondissimo inchino da quell’ombra. E non potei fare a meno di considerare che era giusto che ella s’inchinasse a me cosí, perché lo voleva in lei quello stesso iddio, a cui io or ora avevo reso omaggio.</p> <p style="text-align: center;"><strong>Fine.</strong></p> <hr /> <p style="text-align: center;">Troverai tanti altri racconti da leggere nella Mediateca di <a href="https://paginatre.it/mediateca/letture-al-minuto/">Pagina Tre (clicca qui!)</a></p> <hr /> <p><a href="https://www.liberliber.it/"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://paginatre.it/wp-content/uploads/2010/03/logo_liberliber.png" alt="Liber Liber" /></a></p> <p style="text-align: center;">Scopri sul sito Internet di Liber Liber ciò che stiamo realizzando: migliaia di ebook gratuiti in edizione integrale, audiolibri, brani musicali con licenza libera, video e tanto altro: <a href="https://liberliber.it/">https://liberliber.it/</a>.</p> <p><a href="https://www.liberliber.it/online/aiuta/"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://paginatre.it/wp-content/uploads/2010/03/2_euro.png" alt="Fai una donazione" width="135" height="135" /></a></p> <p style="text-align: center;">Se questo libro ti è piaciuto, aiutaci a realizzarne altri. 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(1383, 1251 p.) ; 23 cm.</tt><br /> <tt>SOGGETTO: FIC004000 FICTION / Classici</tt></p>

June 3, 2026
“La vita nuda” di Luigi Pirandello
<h1 style="text-align: center;">La vita nuda</h1> <p style="text-align: center;">di<br /> <strong>Luigi Pirandello</strong></p> <p style="text-align: center;">tempo di lettura: 22 minuti</p> <hr /> <p>— Un morto, che pure è morto, caro mio, vuole anche lui la sua casa. E se è un morto per bene, bella la vuole; e ha ragione! Da starci comodo, e di marmo la vuole, e decorata anche. E se poi è un morto che può spendere, la vuole anche con qualche profonda… come si dice? allegoria, già!, con qualche profonda allegoria d’un grande scultore come me: una bella lapide latina: <span lang="la">HIC JACET</span>… chi fu, chi non fu… un bel giardinetto attorno, con l’insalatina e tutto, e una bella cancellata a riparo dei cani e dei…<br /> — M’hai seccato! — urlò, voltandosi tutt’acceso e in sudore, Costantino Pogliani.<br /> Ciro Colli levò la testa dal petto, con la barbetta a punta ridotta ormai un gancio, a furia di torcersela; stette un pezzo a sbirciar l’amico di sotto al cappelluccio a pan di zucchero calato sul naso, e con placidissima convinzione disse, quasi posando la parola:<br /> — Asino.<br /> Là.<br /> Stava seduto su la schiena; le gambe lunghe distese, una qua, una là, sul tappetino che il Pogliani aveva già bastonato ben bene e messo in ordine innanzi al canapè.<br /> Si struggeva dalla stizza il Pogliani nel vederlo sdrajato lí, mentr’egli s’affannava tanto a rassettar lo studio, disponendo i gessi in modo che facessero bella figura, buttando indietro i bozzettacci ingialliti e polverosi, che gli eran ritornati sconfitti dai concorsi, portando avanti con precauzione i cavalletti coi lavori che avrebbe potuto mostrare, nascosti ora da pezze bagnate. E sbuffava.<br /> — Insomma, te ne vai, sí o no?<br /> — No.<br /> — Non mi sedere lí sul pulito, almeno, santo Dio! Come te lo devo dire che aspetto certe signore?<br /> — Non ci credo.<br /> — Ecco qua la lettera. Guarda! L’ho ricevuta ieri dal commendator Seralli: Egregio amico, La avverto che domattina, verso le undici…<br /> — Sono già le undici?<br /> — Passate!<br /> — Non ci credo. Seguita!<br /> — …verranno a trovarLa, indirizzate da me, la signora Con… Come dice qua?<br /> — Confucio.<br /> — Cont… o Consalvi, non si legge bene, e la figliuola, le quali hanno bisogno dell’opera sua. Sicuro che… ecc. ecc.<br /> — Non te la sei scritta da te, codesta lettera? — domandò Ciro Colli, riabbassando la testa sul petto.<br /> — Imbecille! — esclamò, gemette quasi, il Pogliani che, nell’esasperazione, non sapeva piú se piangere o ridere.<br /> Il Colli alzò un dito e fece segno di no.<br /> — Non me lo dire. Me n’ho per male. Perché, se fossi imbecille, ma sai che personcina per la quale sarei io? Guarderei la gente come per compassione. Ben vestito, ben calzato, con una bella cravatta elioprò… eliotrò… come si dice?… tropio, e il panciotto di velluto nero come il tuo… Ah, quanto mi piacerei col panciotto di velluto come il tuo, scannato miserabile che non sono altro! Senti. Facciamo cosí, per il tuo bene. Se è vero che codeste signore Confucio debbono venire rimettiamo in disordine lo studio, o si faranno un pessimo concetto di te. Sarebbe meglio che ti trovassero anche intento al lavoro, col sudore… come si dice? col pane… insomma col sudore del pane della tua fronte. Piglia un bel tocco di creta, schiaffalo su un cavalletto e comincia alla brava un bozzettuccio di me cosí sdrajato. Lo intitolerai Lottando, e vedrai che te lo comprano subito per la Galleria Nazionale. Ho le scarpe… sí, non tanto nuove; ma tu, se vuoi, puoi farmele nuovissime, perché come scultore, non te lo dico per adularti, sei un bravo calzolajo…<br /> Costantino Pogliani, intento ad appendere alla parete certi cartoni, non gli badava piú. Per lui, il Colli era un disgraziato fuori della vita, ostinato superstite d’un tempo già tramontato, d’una moda già smessa tra gli artisti; sciamannato, inculto, noncurante e con l’ozio ormai incarognito nelle ossa. Peccato veramente, perché poi, quand’era in tèmpera di lavorare, poteva dar punti ai migliori. E lui, il Pogliani, ne sapeva qualche cosa, ché tante volte, lí nello studio, con due tocchi di pollice impressi con energica sprezzatura s’era veduto metter su d’un tratto qualche bozzetto che gli cascava dallo stento. Ma avrebbe dovuto studiare, almeno un po’ di storia dell’arte, ecco; regolar la propria vita; aver un po’ di cura della persona: cosí cascante di noja e con tutta quella trucia addosso, era inaccostabile, via! Lui, il Pogliani… ma già lui aveva fatto finanche due anni d’università, e poi… signore, campava sul suo… si vedeva…<br /> Due discreti picchi alla porta lo fecero saltare dallo sgabello su cui era montato per appendere i cartoni.<br /> — Eccole! E adesso? — disse al Colli, mostrandogli le pugna.<br /> — Loro entrano e io me ne esco, — rispose il Colli senza levarsi. — Ne stai facendo un caso pontificale! Del resto, potresti anche presentarmi, pezzo d’egoista!<br /> Costantino Pogliani corse ad aprir la porta, rassettandosi su la fronte il bel ciuffo biondo riccioluto.<br /> Prima entrò la signora Consalvi, poi la figliuola: questa, in gramaglie, col volto nascosto da un fitto velo di crespo e con in mano un lungo rotolo di carta; quella, vestita d’un bell’abito grigio chiaro, che le stava a pennello su la persona formosa. Grigio l’abito, grigi i capelli, giovanilmente acconciati sotto un grazioso cappellino tutto contesto di violette.<br /> La signora Consalvi dava a veder chiaramente che si sapeva ancor fresca e bella, a dispetto dell’età. Poco dopo, sollevando il crespo sul cappello, non meno bella si rivelò la figliuola, quantunque pallida e dimessa nel chiuso cordoglio.<br /> Dopo i primi convenevoli, il Pogliani si vide costretto a presentare il Colli che era rimasto lí con le mani in tasca, e mezza sigaretta spenta in bocca, il cappelluccio ancora sul naso; e non accennava d’andarsene.<br /> — Scultore? — domandò allora la signorina Consalvi invermigliandosi d’un subito per la sorpresa: — Colli… Ciro?<br /> — Codicillo, già! — disse questi impostandosi su l’attenti, togliendosi il cappelluccio e scoprendo le folte ciglia giunte e gli occhi accostati al naso. — Scultore? perché no? Anche scultore.<br /> — Ma mi avevano detto, — riprese, impacciata, contrariata, la signorina Consalvi, — che lei non stava piú a Roma…<br /> — Ecco… già! io… come si dice? Passeggio, — rispose il Colli. — Passeggio per il mondo, signorina. Stavo prima ozioso fisso a Roma, perché avevo vinto la cuccagna: il Pensionato. Poi…<br /> La signorina Consalvi guardò la madre che rideva, e disse:<br /> — Come si fa?<br /> — Debbo andar via? — domandò il Colli.<br /> — No, no, al contrario, — s’affrettò a rispondere la signorina. — La prego anzi di rimanere, perché…<br /> — Combinazioni! — esclamò la madre; poi, rivolgendosi al Pogliani: — Ma si rimedierà in qualche modo… Loro sono amici, non è vero?<br /> — Amicissimi, — rispose subito il Pogliani.<br /> E il Colli:<br /> — Mi voleva cacciar via a pedate un momento fa, si figuri!<br /> — E sta’ zitto! — gli diede su la voce il Pogliani. — Prego, signore mie, s’accomodino. Di che si tratta?<br /> — Ecco, — cominciò la signora Consalvi, sedendo. — La mia povera figliuola ha avuto la sciagura di perdere improvvisamente il fidanzato.<br /> — Ah sí?<br /> — Oh!<br /> — Terribile. Proprio alla vigilia delle nozze, si figurino! Per un accidente di caccia. Forse l’avranno letto su i giornali. Giulio Sorini.<br /> — Ah, Sorini, già! — disse il Pogliani. — Che gli esplose il fucile?<br /> — Su i primi del mese scorso… cioè, no… l’altro… insomma, fanno ora tre mesi. Il poverino era un po’ nostro parente: figlio d’un mio cugino che se n’andò in America dopo la morte della moglie. Ora, ecco, Giulietta (perché si chiama Giulia anche lei)…<br /> Un bell’inchino da parte del Pogliani.<br /> — Giulietta, — seguitò la madre, — avrebbe pensato d’innalzare un monumento nel Verano alla memoria del fidanzato, che si trova provvisoriamente in un loculo riservato; e avrebbe pensato di farlo in un certo modo… Perché lei, mia figlia, ha avuto sempre veramente una grande passione per il disegno.<br /> — No… cosí… — interruppe, timida, con gli occhi bassi, la signorina in gramaglie. — Per passatempo, ecco…<br /> — Scusa, se il povero Giulio voleva anzi che prendessi lezioni…<br /> — Mamma, ti prego… — insisté la signorina. — Io ho veduto in una rivista illustrata il disegno del monumento funerario del signore qua… del signor Colli, che mi è molto piaciuto, e…<br /> — Ecco, già, — appoggiò la madre, per venire in ajuto alla figliuola che si smarriva.<br /> — Però, — soggiunse questa, — con qualche modificazione l’avrei pensato io…<br /> — Scusi, qual è? — domandò il Colli. — Ne ho fatti parecchi, io, di questi disegni, con la speranza di avere almeno qualche commissione dai morti, visto che i vivi…<br /> — Lei, scusi, signorina, — interloquí il Pogliani, un po’ piccato nel vedersi messo cosí da parte, — ha ideato un monumento su qualche disegno del mio amico?<br /> — No, proprio uguale, no… ecco, — rispose vivacemente la signorina. — Il disegno del signor Colli rappresenta la Morte che attira la Vita, se non sbaglio…<br /> — Ah, ho capito! — esclamò il Colli. — Uno scheletro col lenzuolo, è vero? che s’indovina appena, rigido, tra le pieghe, e ghermisce la Vita, un bel tocco di figliuola che non ne vuol sapere… Sí, sí… Bellissimo! Magnifico! Ho capito.<br /> La signora Consalvi non poté tenersi di ridere di nuovo, ammirando la sfacciataggine di quel bel tipo.<br /> — Modesto, sa? — disse il Pogliani alla signora. — Genere particolare.<br /> — Sú, Giulia, — fece la signora Consalvi levandosi. — Forse è meglio che tu faccia vedere senz’altro il disegno.<br /> — Aspetta, mamma. — pregò la signorina. — È bene spiegarsi prima con il signor Pogliani, francamente. Quando mi nacque l’idea del monumento, devo confessare che pensai subito al signor Colli. Sí. Per via di quel disegno. Ma mi dissero, ripeto, che Lei non stava piú a Roma. Allora m’ingegnai d’adattare da me il suo disegno all’idea al sentimento mio, a trasformarlo cioè in modo che potesse rappresentare il mio caso e il proposito mio. Mi spiego?<br /> — A meraviglia! — approvò il Pogliani.<br /> — Lasciai, — seguitò la signorina, — le due figurazioni della Morte e della Vita, ma togliendo affatto la violenza dell’aggressione, ecco. La Morte non ghermisce piú la Vita, ma questa anzi, volentieri, rassegnata al destino, si sposa alla Morte.<br /> — Si sposa? — fece il Pogliani, frastornato.<br /> — Alla Morte! — gli gridò il Colli. — Lascia dire!<br /> — Alla Morte, — ripeté con un modesto sorriso la signorina. — E ho voluto anzi rappresentare chiaramente il simbolo delle nozze. Lo scheletro sta rigido, come lo ha disegnato il signor Colli, ma di tra le pieghe del funebre paludamento vien fuori, appena, una mano che regge l’anello nuziale. La Vita, in atto modesto e dimesso, si stringe accanto allo scheletro e tende la mano a ricevere quell’anello.<br /> — Bellissimo! Magnifico! Lo vedo! — proruppe allora il Colli. — Questa è un’altra idea! stupenda! un’altra cosa, diversissima! stupenda! L’anello… il dito… Magnifico!<br /> — Ecco, sí, — soggiunse la signorina, invermigliandosi di nuovo a quella lode impetuosa. — Credo anch’io che sia un po’ diversa. Ma è innegabile che ho tratto partito dal disegno e che…<br /> — Ma non se ne faccia scrupolo! — esclamò il Colli. — La sua idea è molto piú bella della mia, ed è sua! Del resto, la mia… chi sa di chi era!<br /> La signorina Consalvi alzò le spalle e abbassò gli occhi.<br /> — Se devo dire la verità, — interloquí la madre, scotendosi, — lascio fare la mia figliuola, ma a me l’idea non piace per nientissimo affatto.<br /> — Mamma, ti prego… — ripeté la figlia; poi volgendosi al Pogliani, riprese: — Ora, ecco, io domandai consiglio al commendator Seralli, nostro buon amico…<br /> — Che doveva fare da testimonio alle nozze, — aggiunse la madre, sospirando.<br /> — E avendoci il commendatore fatto il nome di lei, — seguitò l’altra, — siamo venute per…<br /> — No, no, scusi, signorina, — s’affrettò a dire il Pogliani. — Poiché ha trovato qua il mio amico…<br /> — Oh fa’ il piacere! Non mi seccare! — proruppe il Colli, scrollandosi furiosamente e avviandosi per uscire.<br /> Il Pogliani lo trattenne per un braccio, a viva forza.<br /> — Scusa, guarda… se la signorina… non hai inteso? s’è rivolta a me perché ti sapeva fuori di Roma…<br /> — Ma se ha cambiato tutto! — esclamò il Colli, divincolandosi. — Lasciami! Che c’entro piú io? È venuta qua da te! Scusi, signorina; scusi, signora, io le riverisco…<br /> — Oh sai! — disse il Pogliani, risoluto, senza lasciarlo. — Io non lo faccio; non lo farai neanche tu, e non lo farà nessuno dei due…<br /> — Ma, scusino… insieme? — propose allora la madre. — Non potrebbero insieme?<br /> — Sono dolente d’aver cagionato… — si provò ad aggiungere la signorina.<br /> — Ma no! — dissero a un tempo il Colli e il Pogliani.<br /> Seguitò il Colli:<br /> — Io non c’entro piú per nulla, signorina! E poi, guardi, non ho piú studio, non so piú concluder nulla, altro che di dire male parole a tutti quanti… Lei deve assolutamente costringere quest’imbecille qua…<br /> — È inutile, sai? — disse il Pogliani. — O insieme, come propone la signora, o io non accetto.<br /> — Permette, signorina? — fece allora il Colli, stendendo una mano verso il rotolo di carta ch’ella teneva accanto sul canapè. — Mi muojo dal desiderio di veder il suo disegno. Quando l’avrò veduto…<br /> — Oh, non s’immagini nulla di straordinario, per carità! — premise la signorina Consalvi, svolgendo con le mani tremolanti il rotolo. — So tenere appena la matita… Ho buttato giú quattro segnacci, tanto per render l’idea… ecco…<br /> — Vestita?! — esclamò subito il Colli, come se avesse ricevuto un urtone guardando il disegno.<br /> — Come… vestita? — domandò, timida e ansiosa la signorina.<br /> — Ma no, scusi! — riprese con calore il Colli. — Lei ha fatto la Vita in camicia… cioè, con la tunica, diciamo! Ma no, nuda, nuda, nuda! la Vita dev’esser nuda, signorina mia, che c’entra!<br /> — Scusi, — disse con gli occhi bassi, la signorina Consalvi. — La prego di guardar piú attentamente.<br /> — Ma sí, vedo, — replicò con maggior vivacità il Colli. — Lei ha voluto raffigurarsi qua, ha voluto fare il suo ritratto; ma lasciamo andare che Lei è molto piú bella; qua siamo nel campo… nel camposanto dell’arte, scusi! e questa vuol essere la Vita che si sposa alla Morte. Ora, se lo scheletro è panneggiato, la Vita dev’esser nuda, c’è poco da dire; tutta nuda e bellissima, signorina, per compensare col contrasto la presenza macabra dello scheletro involto! Nuda, Pogliani, non ti pare? Nuda, è vero, signora? Tutta nuda, signorina mia! Nudissima, dal capo alle piante! Creda pure che altrimenti, cosí, verrebbe una scena da ospedale: quello col lenzuolo, questa con l’accappatojo… Dobbiamo fare scultura, e non c’è ragioni che tengano!<br /> — No, no, scusi, — disse la signorina Consalvi alzandosi con la madre. — Lei avrà forse ragione, dal lato dell’arte; non nego, ma io voglio dire qualche cosa, che soltanto cosí potrei esprimere. Facendo come vorrebbe Lei, dovrei rinunciarvi.<br /> — Ma perché, scusi? perché Lei vede qua la sua persona e non il simbolo, ecco! Dire che sia bello, scusi, non si potrebbe dire…<br /> E la signorina:<br /> — Niente bello, lo so; ma appunto come dice lei, non il simbolo ho voluto rappresentare, ma la mia persona, il mio caso, la mia intenzione, e non potrei che cosí. Penso poi anche al luogo dove il monumento dovrà sorgere… Insomma, non potrei transigere.<br /> Il Colli aprí le braccia e s’insaccò nelle spalle.<br /> — Opinioni!<br /> — O piuttosto, — corresse la signorina con un dolce, mestissimo sorriso, — un sentimento da rispettare!<br /> Stabilirono che i due amici si sarebbero intesi per tutto il resto col commendator Seralli, e poco dopo la signora Consalvi e la figliuola in gramaglie tolsero commiato.<br /> Ciro Colli – due passetti – trallarallèro trallarallà – girò sopra un calcagno e si fregò le mani.<br /> Circa una settimana dopo, Costantino Pogliani si recò in casa Consalvi per invitar la signorina a qualche seduta per l’abbozzo della testa.<br /> Dal commendator Seralli, amico molto intimo della signora Consalvi, aveva saputo che il Sorini, sopravvissuto tre giorni allo sciagurato incidente, aveva lasciato alla fidanzata tutta intera la cospicua fortuna ereditata dal padre, e che però quel monumento doveva esser fatto senza badare a spese.<br /> <i lang="fr">Epuisé</i> s’era dichiarato il commendator Seralli delle cure, dei pensieri, delle noje che gli eran diluviati da quella sciagura; noje, cure, pensieri, aggravati dal caratterino un po’… <i lang="fr">emporté, voilà</i>, della signorina Con salvi, la quale, sí, poverina, meritava veramente compatimento; ma pareva, buon Dio, si compiacesse troppo nel rendersi piú grave la pena. Oh, uno <i lang="fr">choc</i> orribile, chi diceva di no? un vero fulmine a ciel sereno! E tanto buono lui, il Sorini, poveretto! Anche un bel giovine, sí. E innamoratissimo! La avrebbe resa felice senza dubbio, quella figliuola. E forse per questo era morto.<br /> Pareva anche fosse morto e fosse stato tanto buono per accrescer le noje del commendator Seralli.<br /> Ma figurarsi che la signorina non aveva voluto disfarsi della casa, che egli, il fidanzato, aveva già messa sú di tutto punto: un vero nido, un <i lang="fr">joli rêve de luxe et de bien-être</i>. Ella vi aveva portato tutto il suo bel corredo da sposa, e stava lí gran parte del giorno, a piangere, no; a straziarsi fantasticando intorno alla sua vita di sposina cosí miseramente stroncata… <i lang="fr">arrachée</i>…<br /> Difatti il Pogliani non trovò in casa la signorina Consalvi. La cameriera gli diede l’indirizzo della casa nuova, in via di Porta Pinciana. E Costantino Pogliani, andando, si mise a pensare all’angosciosa, amarissima voluttà che doveva provare quella povera sposina, già vedova prima che maritata, pascendosi nel sogno – lí quasi attuato – d’una vita che il destino non aveva voluto farle vivere.<br /> Tutti quei mobili nuovi, scelti chi sa con quanta cura amorosa da entrambi gli sposini, e festivamente disposti in quella casa che tra pochi giorni doveva essere abitata, quante promesse chiudevano?<br /> Riponi in uno stipetto un desiderio: àprilo: vi troverai un disinganno. Ma lí, no: tutti quegli oggetti avrebbero custodito, con le dolci lusinghe, i desiderii e le promesse e le speranze. E come dovevano esser crudeli gl’inviti che venivano alla sposina da quelle cose intatte attorno!<br /> — In un giorno come questo! — sospirò Costantino Pogliani.<br /> Si sentiva già nella limpida freschezza dell’aria l’alito della primavera imminente; e il primo tepore del sole inebriava.<br /> Nella casa nuova, con le finestre aperte a quel sole, povera signorina Consalvi, chi sa che sogni e che strazio!<br /> La trovò che disegnava, innanzi a un cavalletto, il ritratto del fidanzato. Con molta timidezza lo ritraeva ingrandito da una fotografia di piccolo formato, mentre la madre, per ingannare il tempo, leggeva un romanzo francese della biblioteca del commendator Seralli.<br /> Veramente la signorina Consalvi avrebbe voluto star sola lí, in quel suo nido mancato. La presenza della madre la frastornava. Ma questa, temendo fra sé che la fanciulla, nell’esaltazione, si lasciasse andare a qualche atto di romantica disperazione, voleva seguirla e star lí, gonfiando in silenzio e sforzandosi di frenar gli sbuffi per quell’ostinato capriccio intollerabile.<br /> Rimasta vedova giovanissima, senza assegnamenti, con quell’unica figliuola, la signora Consalvi non aveva potuto chiuder le porte alla vita e porvi il dolore per sentinella come ora pareva volesse fare la figliuola.<br /> Non diceva già che Giulietta non dovesse piangere per quella sua sorte crudele; ma credeva, come il suo intimo amico commendator Seralli, credeva che… ecco, sí, ella esagerasse un po’ troppo e che, avvalendosi della ricchezza che il povero morto le aveva lasciata, volesse concedersi il lusso di quel cordoglio smodato. Conoscendo pur troppo le crude e odiose difficoltà dell’esistenza, le forche sotto alle quali ella, ancora addolorata per la morte del marito, era dovuta passare per campar la vita, le pareva molto facile quel cordoglio della figliuola; e le sue gravi esperienze glielo facevano stimare quasi una leggerezza scusabile, sí, certamente, ma a patto che non durasse troppo… – <i lang="fr">voilà</i>, come diceva sempre il commendator Seralli.<br /> Da savia donna, provata e sperimentata nel mondo, aveva già, piú d’una volta, cercato di richiamare alla giusta misura la figliuola – invano! Troppo fantastica, la sua Giulietta aveva, forse piú che il sentimento del proprio dolore, l’idea di esso. E questo era un gran guajo! Perché il sentimento, col tempo, si sarebbe per forza e senza dubbio affievolito, mentre l’idea no, l’idea s’era fissata e le faceva commettere certe stranezze come quella del monumento funerario con la Vita che si marita alla Morte (bel matrimonio!) e quest’altra qua della casa nuziale da serbare intatta per custodirvi il sogno quasi attuato d’una vita non potuta vivere.<br /> Fu molto grata la signora Consalvi al Pogliani di quella visita.<br /> Le finestre erano aperte veramente al sole, e la magnifica pineta di Villa Borghese, sopra l’abbagliamento della luce che pareva stagnasse su i vasti prati verdi, sorgeva alta e respirava felice nel tenero limpidissimo azzurro del cielo primaverile.<br /> Subito la signorina Consalvi accennò di nascondere il disegno, alzandosi; ma il Pogliani la trattenne con dolce violenza.<br /> — Perché? Non vuol lasciarmi vedere?<br /> — È appena cominciato…<br /> — Ma cominciato benissimo! — esclamò egli, chinandosi a osservare. — Ah, benissimo… Lui, è vero? il Sorini… Già, ora mi pare di ricordarmi bene, guardando il ritratto. Sí, sí… L’ho conosciuto… Ma aveva questa barbetta?<br /> — No, — s’affrettò a rispondere la signorina. — Non l’aveva piú ultimamente.<br /> — Ecco, mi pareva… Bel giovine, bel giovine…<br /> — Non so come fare, — riprese la signorina. — Perché questo ritratto non risponde… non è piú veramente l’immagine che ho di lui, in me.<br /> — Eh sí, — riconobbe subito il Pogliani, — meglio, lui, molto piú… piú animato, ecco… piú sveglio, direi…<br /> — Se l’era fatto in America, codesto ritratto, — osservò la madre, — prima che si fidanzassero, naturalmente…<br /> — E non ne ho altri! — sospirò la signorina. — Guardi: chiudo gli occhi, cosí, e lo vedo preciso com’era ultimamente; ma appena mi metto a ritrarlo, non lo vedo piú: guardo allora il ritratto, e lí mi pare che sia lui, vivo. Mi provo a disegnare, e non lo ritrovo piú in questi lineamenti. È una disperazione!<br /> — Ma guarda, Giulia, — riprese allora la madre, con gli occhi fissi sul Pogliani, — tu dicevi la linea del mento, volendo levare la barba… Non ti pare che qua nel mento, il signor Pogliani…<br /> Questi arrossí, sorrise. Quasi senza volerlo, alzò il mento, lo presentò; come se con due dita, delicatamente, la signorina glielo dovesse prendere per metterlo lí, nel ritratto del Sorini.<br /> La signorina levò appena gli occhi a guardarglielo, timida e turbata. (Non aveva proprio alcun riguardo per il suo lutto, la madre!)<br /> — E anche i baffi, oh! Guarda!… — aggiunse la signora Consalvi, senza farlo apposta. — Li portava cosí ultimamente il povero Giulio, non ti pare?<br /> — Ma i baffi, — disse, urtata, la signorina, — che vuoi che siano? Non ci vuol niente a farli!<br /> Costantino Pogliani, istintivamente, se li toccò. Sorrise di nuovo. Confermò:<br /> — Niente, già…<br /> S’accostò quindi al cavalletto e disse:<br /> — Guardi, se mi permette… vorrei farle vedere, signorina… Cosí, in due tratti, qua… non s’incomodi, per carità! qua in quest’angolo… (poi si cancella)… com’io ricordo il povero Sorini.<br /> Sedette e si mise a schizzare, con l’ajuto della fotografia, la testa del fidanzato, mentre dalle labbra della signorina Consalvi, che seguiva i rapidi tocchi con crescente esultanza di tutta l’anima protesa e spirante, scattavano di tratto in tratto certi sí… sí… sí…. che animavano e quasi guidavano la matita. Alla fine, non poté piú trattenere la propria commozione:<br /> — Sí, oh guarda, mamma… è lui… preciso… oh, lasci… grazie… Che felicità, poter cosí… è perfetto… è perfetto…<br /> — Un po’ di pratica, — disse, levandosi, il Pogliani, con umiltà che lasciava trasparire il piacere per quelle vivissime lodi.<br /> — E poi, le dico, lo ricordo tanto bene, povero Sorini…<br /> La signorina Consalvi rimase a rimirare il disegno, insaziabilmente.<br /> — Il mento, sí… è questo… preciso… Grazie, grazie…<br /> In quel punto il ritrattino del Sorini che serviva da modello, scivolò dal cavalletto, e la signorina, ancora tutta ammirata nello schizzo del Pogliani, non si chinò a raccoglierlo.<br /> Lí per terra, quell’immagine già un po’ sbiadita apparve piú che mai malinconica, come se comprendesse che non si sarebbe rialzata mai piú.<br /> Ma si chinò a raccoglierla il Pogliani, cavallerescamente.<br /> — Grazie, — gli disse la signorina. — Ma io adesso mi servirò del suo disegno, sa? Non lo guarderò piú, questo brutto ritratto.<br /> E d’improvviso, levando gli occhi, le sembrò che la stanza fosse piú luminosa. Come se quello scatto d’ammirazione le avesse a un tratto snebbiato il petto da tanto tempo oppresso, aspirò con ebbrezza, bevve con l’anima quella luce ilare viva, che entrava dall’ampia finestra aperta all’incantevole spettacolo della magnifica villa avvolta nel fascino primaverile.<br /> Fu un attimo. La signorina Consalvi non poté spiegarsi che cosa veramente fosse avvenuto in lei. Ebbe l’impressione improvvisa di sentirsi come nuova fra tutte quelle cose nuove attorno. Nuova e libera; senza piú l’incubo che l’aveva soffocata fino a poc’anzi. Un alito, qualche cosa era entrata con impeto da quella finestra a sommuovere tumultuosamente in lei tutti i sentimenti, a infondere quasi un brillío di vita in tutti quegli oggetti nuovi, a cui ella aveva voluto appunto negar la vita, lasciandoli intatti lí, come a vegliare con lei la morte d’un sogno.<br /> E, udendo il giovane elegantissimo sculture con dolce voce lodare la bellezza di quella vista e della casa, conversando con la madre che lo invitava a veder le altre stanze, seguí l’uno e l’altra con uno strano turbamento, come se quel giovine, quell’estraneo, stesse davvero per penetrare in quel suo sogno morto, per rianimarlo.<br /> Fu cosí forte questa nuova impressione, che non poté varcar la soglia della camera da letto; e vedendo il giovine e la madre scambiarsi lí un mesto sguardo di intelligenza, non poté piú reggere; scoppiò in singhiozzi.<br /> E pianse, sí, pianse ancora per la stessa cagione per cui tante altre volte aveva pianto; ma avvertí confusamente che, tuttavia, quel pianto era diverso, che il suono di quei suoi singhiozzi non le destava dentro l’eco del dolore antico, le immagini che prima le si presentavano. E meglio lo avvertí, allorché la madre accorsa prese a confortarla come tant’altre volte la aveva confortata, usando le stesse parole, le stesse esortazioni. Non poté tollerarle; fece un violento sforzo su se stessa; smise di piangere; e fu grata al giovine che, per distrarla, la pregava di fargli vedere la cartella dei disegni scorta lí su una sedia a libriccino.<br /> Lodi, lodi misurate e sincere, e appunti, osservazioni, domande, che la indussero a spiegare, a discutere; e infine un’esortazione calda a studiare, a seguir con fervore quella sua disposizione all’arte, veramente non comune. Sarebbe stato un peccato! un vero peccato! Non s’era mai provata a trattare i colori? Mai, mai? Perché? Oh, non ci sarebbe mica voluto molto con quella preparazione, con quella passione…<br /> Costantino Pogliani si profferse d’iniziarla; la signorina Consalvi accettò; e le lezioni cominciarono il giorno appresso, lí, nella casa nuova, che invitava ed attendeva.<br /> Non piú di due mesi dopo, nello studio del Pogliani, ingombro già d’un colossale monumento funerario tutto abbozzato alla brava, Ciro Colli, sdrajato sul canapè col vecchio camice di tela stretto alle gambe, fumava la pipa e teneva uno strano discorso allo scheletro, fissato diritto su la predellina nera, che s’era fatto prestare per modello da un suo amico dottore.<br /> Gli aveva posato un po’ a sghembo sul teschio il suo berretto di carta; e lo scheletro pareva un fantaccino su l’attenti, ad ascoltar la lezione che Ciro Colli, scultore-caporale, tra uno sbuffo e l’altro di fumo gl’impartiva:<br /> — E tu perché te ne sei andato a caccia? Vedi come ti sei conciato, caro mio? Brutto… le gambe secche… tutto secco… Diciamo la verità, ti pare che codesto matrimonio si possa combinare? La vita, caro… guardala là, ma eh! che tocco di figliolona senza risparmio m’è uscita dalle mani! Ti puoi sul serio lusingare che quella lí ti voglia sposare? Ti s’è accostata, timida e dimessa; lagrime giú a fontana… ma mica per ricevere l’anello nuziale… levatelo dal capo! Spèndola, caro, spèndola giú la borsa… Gliel’hai data? E ora che vuoi da me? Inutile dire, se me lo credevo! Povero mondo e chi ci crede! S’è messa a studiar pittura, la Vita, e il suo maestro sai chi è? Costantino Pogliani. Scherzo che passa la parte, diciamo la verità. Se fossi in te, caro mio, lo sfiderei. Hai sentito stamane? Ordine positivo: non vuole, mi pro-i-bi-sce assolutamente che io la faccia nuda. Eppure lui, per quanto somaro, scultore è, e sa bene che per vestirla bisogna prima farla nuda… Ma te lo spiego io il fatto com’è: non vuole che si veda su quel nudo là meraviglioso il volto della sua signorina… è salito lassú, hai visto? su tutte le furie, e con due colpi di stecca, taf! taf! me l’ha tutto guastato… sai dirmi perché, fantaccino mio? Gli ho gridato: «Lascia! Te la vesto subito! Te la vesto!». Ma che vestire! Nuda la vogliono ora… la Vita nuda, nuda e cruda com’è, caro mio! sono tornati al mio primo disegno, al simbolo: via il ritratto! Tu che ghermisci, bello mio, e lei che non ne vuol sapere… Ma perché te ne sei andato a caccia? me lo dici?</p> <p style="text-align: center;"><strong>Fine.</strong></p> <hr /> <p style="text-align: center;">Troverai tanti altri racconti da leggere nella Mediateca di <a href="https://paginatre.it/mediateca/letture-al-minuto/">Pagina Tre (clicca qui!)</a></p> <hr /> <p><a href="https://www.liberliber.it/"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://paginatre.it/wp-content/uploads/2010/03/logo_liberliber.png" alt="Liber Liber" /></a></p> <p style="text-align: center;">Scopri sul sito Internet di Liber Liber ciò che stiamo realizzando: migliaia di ebook gratuiti in edizione integrale, audiolibri, brani musicali con licenza libera, video e tanto altro: <a href="https://liberliber.it/">https://liberliber.it/</a>.</p> <p><a href="https://www.liberliber.it/online/aiuta/"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://paginatre.it/wp-content/uploads/2010/03/2_euro.png" alt="Fai una donazione" width="135" height="135" /></a></p> <p style="text-align: center;">Se questo libro ti è piaciuto, aiutaci a realizzarne altri. 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May 13, 2026
“La libertà” di Cesare Pavese
<h1 style="text-align: center;">La libertà</h1> <p style="text-align: center;">di<br /> <strong>Cesare Pavese</strong></p> <p style="text-align: center;">tempo di lettura: 10 minuti</p> <hr style="margin: 2em auto;" /> <p>L’amico Alessio mi confessa che non ama i bambini. Non perché siano seccanti, mi dice, ma perché soltanto a guardarli si capisce che vivono in un mondo che non è il nostro e vedono sentono ascoltano tutt’altro che noi. Qui sulla spiaggia ce ne sono molti; parliamo, beninteso, di quelli che hanno piú di tre anni, che vanno, che giocano per conto loro. Ce ne sono dei deliziosi, specialmente i biondini; qualcuno strilla, fa lo sciocco, scappa. Ma qualcuno, a volte, si ferma, ritto davanti al mare, guarda la sabbia, la tenta col piede nudo, oppure si siede in attesa: sono queste le pose che arrestano Alessio.<br /> Un vero livore gli danno i piú grandi verso i sei, gli otto anni. Perché questi non soltanto vivono a modo loro ma sanno anche rendersene conto, e lo squadrano dall’alto in basso, valutandolo. I piccini, se non sono convinti della sua faccia, tutt’al piú scappano o si mettono a strillare; ma questi altri non cedono, non hanno motivo di cedere: lo guardano o, peggio, di guardarlo non si degnano.<br /> — E adesso che cosa farai, – dice un giorno a mio figlio, che s’era appeso a un ramo trasversale d’ulivo e non sapeva piú né tornare al tronco né lasciarsi cadere. Finí che si lasciò cadere e poi finse di non potere piú drizzarsi e cominciò a mugolare, e Alessio senz’avvicinarsi lo guardò tra spaventato e astioso.<br /> — Ci ho gusto, – si dissero a vicenda, Alessio con rabbia, e l’altro saltando in piedi, ma fu Alessio che rimase male.<br /> Alessio è sposato ma non ha figli. Sua moglie racconta alla mia che non fanno nulla per non averne. Sono convinto che se avesse un figlio non ci vedrebbe piú che per i suoi occhi, ma tant’è, non ce l’ha, e passa il tempo a odiarne la razza.<br /> — Non è che gli voglia male, – mi disse una volta. Ne avevamo davanti tutta una banda che confabulavano giocando a carte sulla sabbia. – Guarda che facce. Sembrano giocatori di professione. Quello che spaventa in questa gente è che, non essendo responsabili, si comportano come se lo fossero. Perché quello lí magro si è legato il fazzoletto a piegabaffi? Non è soltanto imitazione. Hanno altri motivi. Non li sanno neanche loro. E quando saranno uomini agiranno in conseguenza.<br /> Effettivamente, quando passeggiamo con Alessio, la spiaggia che un momento prima era soltanto baccano e serenità, si trasforma in un limbo di anime inquiete, di attimi silenziosi che isolano ciascuno, piccolo o grande, e gli dànno un’angoscia, un disagio che non appaiono a fiore del volto ma si ricorderanno.<br /> Parlavamo dei bambini. E Alessio è ossessionato dall’idea che, nella sua incoscienza, ogni bambino va sperimentando e auscultando dentro di sé gli istinti, le velleità, le voci che seguirà una volta adulto. Secondo Alessio è mostruoso che in un’età di mero gioco, di umori e capricci irresponsabili, si vada formando, come si forma sott’acqua un corallo, tutto lo schema del contegno futuro. S’infervora in questo discorso. Evidentemente parla di sé.<br /> Mio figlio non ha l’aria di tendere l’orecchio alle voci dell’istinto. È un poco canaglia e burlone, ma non ha doppi fondi. Pensa soltanto a divertirsi e a fare i tuffi. Alessio dice che a sette anni lui era tale e quale.<br /> — Vedi, – mi spiega, – non è che in quest’età si abbia coscienza di se stessi, e si ragioni sui propri atti per chiarirsene il valore. È evidente. Non per niente i ragazzi vivono in un mondo diverso dal nostro. I ragazzi non pensano, agiscono. Per questo si chiamano istintivi. Ma è proprio questa scelta innocente che avviene dentro di loro: per esempio davanti a un pericolo, uno piange, l’altro scappa, l’altro si butta a terra, l’altro fischia; e loro non lo sanno, ma, uomini, faranno lo stesso.<br /> — Macché. E la libertà?<br /> Alessio dice che della libertà se ne infischia e che non vuole sentirne parlare. Ha di queste uscite brusche; e poi, magari dopo mezz’ora, ritorna sul discorso e tende a scusarsi. Ciò gli succede anche con la moglie, che ha l’aria sempre un poco spaventata. — Alessio, – lei dice, – per voler bene ha bisogno di agitarsi. Poi se ne vergogna –. Mia moglie che la conosceva prima del matrimonio, come io conoscevo Alessio, seppe da lei una truce storia di stravizi cui l’amico si dava a ogni intoppo del loro amore. Anch’io ne ero al corrente, ma non l’aveva mica detto a me l’amico che l’amarezza degli stravizi gli serviva a farsi perdonare e redimere dalla fidanzata. Alessio ha gli occhi azzurri, e quand’è avvilito non si può senza commuoversi vedere come li rivolge distratto. E lui lo sa.<br /> L’altro giorno che punii mio figlio perché aveva fatto non so che, Alessio mi chiese: — Dove va, adesso?<br /> — Va sotto la scala a fare il cane bastonato, – risposi. Lui allora, uscendo con me, prese a raccontarmi che quand’era bambino di sei-sette anni faceva lo stesso. — Certe volte ero contento se mi picchiavano, perché cosí mi sentivo disperato e potevo guardare fieramente il cielo, o rinchiudermi col gatto sul balcone e piangergli sulla schiena. Nessuno sapeva che in quel momento tutti i miei, e il paese, e il mondo intero, esistevano soltanto per torturarmi e che questo piacere era cosí grande che non l’avrei cambiato con i baci di nessuno. Potevo farlo allora, era una cosa innocente. Ma chi si accorga di ripeterlo a quindici anni, a diciotto, a venticinque, e nell’avvilimento si lasci andare come una spugna nell’acqua, è ancora un innocente, o è un disgraziato? La natura non si smentisce.<br /> — Diciamo che è un sentimentale.<br /> Alessio storse la bocca. — C’era dei giorni che dicevo «Sí, papà» e intanto pensavo come sarebbe stato bello levargli la cravatta e scannarlo. Questo ti sembra sentimentale?<br /> — Evidentemente.<br /> Ma Alessio sa che scherzo volentieri, e non si offese. Mi disse invece che mio figlio stava assaporando in quegli istanti le sofferenze di tutta la vita futura. Eravamo sulla spiaggia e mi distrassi a guardare i corpi distesi. C’era un gruppo di ragazzi che discutevano qualche loro gioco; riconobbi parecchi amici di mio figlio, ma lui non lo vidi. Cercai mia moglie: era distesa prona sulla sabbia e si rosolava le spalle. Scambiai ancora qualche parola inquieto; poi non mi tenni piu. Dissi ad Alessio di aspettarmi all’ombrellone e tornai a casa.<br /> Ricordo che a Guido avevo dato un secco schiaffo in pubblico, mantenendo il viso impassibile come usa in questi casi; e lo schiaffo era stata la conclusione di un lungo armeggío di occhiate tese intercorso tra noi. Già la sera prima c’era stata tempesta per un’altra monelleria, e ormai capivo che il ragazzo poteva anche trovarsi nello stato d’animo descritto da Alessio. Lo cercai nel cortiletto, nella casa vuota – le camere disordinate e spoglie di quando si è tutti alla spiaggia. Vidi i suoi calzoncini su una sedia, ma lui non c’era.<br /> Infastidito ma col cuore che batteva, stavo per uscire, quando udii uno scricchiolio nel cortile. Levai gli occhi. Come non l’avevo veduto prima? Mio figlio se ne stava appollaiato sul tetto del cesso con le ginocchia sotto il mento, e guardava non guardava me e la strada. Abbronzato com’era aveva un viso impassibile.<br /> — Che fai? – gli chiesi.<br /> Guido lasciò passare un istante e rispose con un grugnito.<br /> — Perché sul cesso?<br /> — Niente.<br /> Si guardò con ostentazione le punte dei piedi. Io non sapevo piú che dire; soprattutto non volevo che capisse che ero venuto a cercarlo.<br /> — Tua madre ti cerca, – dissi.<br /> Guido sorrise sdegnoso. Un sorriso che, cosí di sotto in su, non gliel’avevo mai veduto.<br /> — Non vai a fare il bagno?<br /> — Lasciami stare, – brontolò Guido, e quel sorriso dileguò nel semplice broncio che conosco. Non soltanto sdegnoso ma nel lampo degli occhi c’era stato qualcosa di crudele, di cattivo. Sapevo bene che a parlargliene l’avrei soltanto fatto mentire. E perciò mi accontentai di pigliarlo con le buone e di dirgli che venisse a giocare e aiutarlo a scendere.<br /> Ricordo che Guido fu caritatevole e non ebbe l’aria di trionfare per la sua vittoria. Ma questo è proprio nel carattere descritto da Alessio.</p> <p style="text-align: center;"><strong>Fine.</strong></p> <hr style="margin: 2em auto;" /> <p style="text-align: center;">Troverai tanti altri racconti da leggere nella Mediateca di <a href="https://paginatre.it/mediateca/letture-al-minuto/">Pagina Tre (clicca qui!)</a></p> <hr style="margin: 2em auto;" /> <p><a href="https://www.liberliber.it/"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://paginatre.it/wp-content/uploads/2010/03/logo_liberliber.png" alt="Liber Liber" /></a></p> <p style="text-align: center;">Scopri sul sito Internet di Liber Liber ciò che stiamo realizzando: migliaia di ebook gratuiti in edizione integrale, audiolibri, brani musicali con licenza libera, video e tanto altro: <a href="https://liberliber.it/">https://liberliber.it</a>.</p> <p><a href="https://liberliber.it/aiuta/"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://paginatre.it/wp-content/uploads/2010/03/2_euro.png" alt="Fai una donazione" width="135" height="135" /></a></p> <p style="text-align: center;">Se questo libro ti è piaciuto, aiutaci a realizzarne altri. 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